“Ho riflettuto molto sulla nostra rigida ricerca, mi ha dimostrato come ogni cosa sia illuminata dalla luce del passato… in questo modo io sarò sempre lungo il fianco della tua vita e tu sarai sempre lungo il fianco della mia.”

da OGNI COSA E' ILLUMINATA - Jonathan Safran Foer

mercoledì 27 aprile 2011

LAURA LIMARZI

27 APRILE 1911 – 3 AGOSTO 1912
NEL CENTENARIO DELLA SUA NASCITA

Ci sono tantissime cose inaspettate che sono accadute lungo questo mio viaggio che va dal profondo delle radici della nostra famiglia fino ai giorni nostri. L’elenco sarebbe davvero lungo e, ora che ci penso, meriterebbe di essere, a sua volta, raccontato. Ma il momento che mi rimarrà maggiormente impresso sarà senz'altro quello in cui mi sono ritrovato a dire a mio padre che aveva avuto una sorella, una piccola sorella morta precocemente della quale non aveva mai conosciuto l’esistenza.
A frugare nelle vecchie cose succede anche questo. Capita di leggere nella pagina di un registro delle nascite di Castellammare di Stabia il nome di Laura Limarzi. Una vera, grande sorpresa. Laura, secondo il registro, era la seconda figlia di mio nonno Silvio e della sua prima moglie Pia Vollono. Era nata in un posto sconosciuto in provincia di Pistoia: Sambuca Pistoiese.


Nessuno in famiglia sapeva della sua esistenza, tantomeno mio padre che è nato 21 anni dopo da Giuseppina, la seconda moglie di mio nonno.
Per questo, per quanto fosse altamente improbabile davanti ad un documento così accuratamente compilato, ho inizialmente pensato ad un errore. Ogni dubbio però è presto svanito quando, qui a Meldola, rintracciando un vecchio stato di famiglia degli anni ’30, abbiamo ritrovato, in una intricatissima annotazione, il nome, la data e luogo di morte di Laura: Bagno di Romagna, 03/08/1912. Successivamente, attraverso un amico residente nella stessa Bagno di Romagna è arrivato anche il certificato di morte. Laura è quindi vissuta poco più di 15 mesi.



Nonno Silvio dopo il 1910 aveva risalito l’Italia per esercitare la sua professione di medico. Ai tempi occorreva ottenere la “condotta” dal sindaco del paese: il medico infatti era un dipendente comunale a tutti gli effetti e veniva nominato dalla giunta del comune mediante concorso. All’inizio queste condotte erano temporanee, perlopiù in sostituzione di medici momentaneamente indisponibili. In questo modo è facile giustificare i suoi iniziali, frequenti spostamenti: fra il 1910 e il 1911, con ogni probabilità quindi Silvio si è ritrovato a Sambuca Pistoiese per poi trasferirsi, questo si sa con certezza, a Bagno di Romagna (1911 – 1912) e successivamente a Civitella di Romagna (1912 – 1920) ed infine a Meldola (1920 – 1950). La prima figlia femmina nata dopo Francesco (1908), non fu quindi, come avevamo sempre creduto, Maria (1913), ma Laura, nata nel 1911. Anche in questo caso i nomi non erano frutto del caso considerando che Maria Laura era l’unica sorella di Silvio.


Il perché lui e sua moglie Pia non abbiano mai fatto parola della piccola è un vero mistero. Unica traccia, riletta con il senno di poi, è una frase dell’orazione funebre scritta da un’amica civitellese di Pia pochi giorni dopo la sua morte “…accanto all’amore ci fu spesso il dolore perché molti lutti, molti tormenti amareggiarono il tuo cammino, o diletta…” .
Tutto questo mi ha fatto riflettere tanto, tantissimo prima di scriverne. Mi sembrava quasi di violare un segreto, di sicuro più che adeguatamente motivato. Un segreto accompagnato e certamente dettato dal dolore e da chissà cos’altro.
Da mesi ormai questo piccolo dilemma mi rimbalza nella testa. Proprio ieri però ho realizzato che oggi sarebbe stato il giorno del centenario della nascita di Laura. Cento anni possono essere sufficienti e ho deciso che oggi avrei ricordato Laura. E l’ho deciso perché credo che, dopo un secolo, anche quella bimba “sepolta nel Campo Santo di Santa Maria in Bagno di Romagna – collocò Angiolo Balassini, Prevosto” (tratto dai documenti della Parrocchia di Santa Maria) meriti di essere ricordata con affetto. Ciò anche perché, qualsiasi sia la storia che si cela dietro di lei, credo che si possa ritenere archiviata dal tempo. Tempo che però non potrà mai archiviare la venuta al mondo e la seppur breve vita di questa mia piccola zia.
Avrei anche voluto ritrovarla, magari per riportarla nella tomba di famiglia qui a Meldola, ma non ci sono riuscito. A Bagno di Romagna i registri del cimitero dell’epoca sono andati persi. Come ultimo tentativo, poi, ho anche visitato quel cimitero, ben sapendo che una piccola salma, dopo cento anni non si sarebbe potuta rintracciare. Ma chissà, forse è stato meglio così: Riposa In Pace piccola Laura, ovunque tu sia!

SILVIO LIMARZI



P.S.: Un’ultima curiosità: Laura Limarzi è mia sorella. Mio padre senza saperlo l’ha chiamata come la sua di sorella. E’ un caso, certamente: Laura è un nome che piaceva a mia madre…

Ha una figlia che sta per diventare suora, come Maria Laura. Anche questo è un caso, ma a volte al caso piace scherzare…

SILVIO LIMARZI


SILVIO LIMARZI era mio nonno. E’ nato a Castellammare di Stabia il 21/04/1876 ed è morto a Meldola, ove riposa nella cappella di famiglia, il 9/07/1950.
E’ ovvio che sia, fra i figli di Francesco, quello del quale conosco più cose ed è anche quello del quale porto il nome.
Certo, le nostre vite non si sono nemmeno sfiorate: il “nonno Silvio” è morto ben 18 anni prima che io nascessi. Ciò non toglie che mi sia mancato. Lo dico non solo perché mi è mancato un nonno (il mio nonno materno Aldo in fondo spesso faceva per due!), ma perché avrei davvero voluto tanto conoscerlo. Avrei voluto farmi raccontare da lui in persona i mille aneddoti riguardanti la sua vita, aneddoti che ho sentito dalla voce di mio padre e dei miei zii. E avrai voluto scoprire chi era quell’uomo del quale ho sentito parlare da TUTTI i suoi figli con tanta ammirazione, stima, rispetto e infinito affetto.
Di tutti questi aneddoti e della sua vita racconterò più avanti ma, in fondo, per definire qualcuno non sarebbe sufficiente questo? Ha vissuto in pace ed è stato un grand’uomo per i suoi figli.
Per questo per me mio nonno non è solo una vecchia foto esposta bene in vista nella libreria di mio padre, ma è sempre stata una persona della quale ho sentito la vicinanza e con la quale ho incrociato la mia vita e, tante volte, i miei pensieri.
E, quando non sono bastati gli affettuosi promemoria dei figli ci hanno pensato i nostri comuni concittadini di Meldola, specie i più anziani, a raccontarmi di “quella volta che ero malato e il tuo nonno, il dottore, è venuto e…..”. Tutti racconti con il sorriso.

Silvio infatti era medico. Ma nella Meldola fra il 1920 e il 1950 la parola “medico”, non esisteva proprio: c’era solo “è dutòr”: il dottore. E a dire il vero non è neanche che ce ne fossero tanti di dottori, visto che con 10.000 abitanti sparsi in tanta campagna erano solo in due (ospedale compreso) ad arrabattarsi fra parti in luoghi improbabili, malattie infantili, infezioni ed epidemie falcidianti. Senza tralasciare il tragico fardello di una guerra mondiale anche a Meldola particolarmente cruenta.
Ma ora, per il momento, raccontiamo chi c’era in questa famiglia:

Silvio si sposò a Castellammare il 14 dicembre 1907 con PIA VOLLONO dalla quale ebbe 3 figli:

- FRANCESCO (Castellammare 05/10/1908 – Taranto 19/08/1927)
Francesco non sfuggì alla tradizione che voleva che il primo figlio maschio portasse il nome del nonno. Ancor più predestinato a tale nome fu dal fatto che, mentre Pia lo portava in grembo, Francesco, il padre di Silvio morì. Come battezzare il primogenito divenne, quindi, una scelta quasi scontata. Francesco era un giovane aviatore dell'Aereonautica Militare Italiana quando si schiantò con un idrovolante in collaudo nel Golfo di Taranto. La sua morte fece a Meldola un grande scalpore e, nel salone comunale del paese, venne allestita una visitatissima camera ardente.

SILVIO E FRANCESCO
in una foto trasmessami dal cugino Silvio

- LAURA (Sambuca Pistoiese 27/04/1911 - Bagno di Romagna 03/08/1912)
Laura ebbe vita estremamente breve.

- MARIA MERCEDES (Civitella di Romagna 19/09/1913 - Napoli 31/01/1966)
Maria sposo il comandante della stazione dei Carabinieri di Meldola, l'allora tenente Osvaldo Saitto, dal quale ebbe due figli: Mario e Alfredo (detto Dino)
 
 
Pia (nata a Castellammare il 10/08/1882) morì a Civitella di Romagna il giorno prima del suo trentaquattresimo compleanno (il 9/08/1916), anche lei colpita dall’epidemia di Spagnola che flagellò l’Italia in quel periodo. Morì mentre portava in grembo un figlio che non vide mai la luce.
Spesso mi capita di pensare a quale travaglio sia andato incontro un uomo, oltretutto medico, che è costretto all’impotenza mentre vede morire contemporaneamente la propria moglie e il proprio figlio.
Silvio, medico condotto, si trovava a Civitella dal 1912 ove era stato trasferito da San Piero in Bagno (qui era anche Ufficiale Sanitario). Là rimase fino al suo trasferimento definitivo a Meldola nel 1920. La famiglia lo raggiunse a Meldola l’anno successivo.

Nel frattempo, sempre a Civitella di Romagna, Silvio si era risposato con GIUSEPPINA VOLLONO (Castellammare 08/09/1891 – Meldola 18/03/1958) sorella di Pia.




Questo documento fa parte degli atti burocratici necessari per contrarre il matrimonio che si è tenuto a Civitella di Romagna il 13/08/1917 ed è di particolare interesse perché l'Ufficiale dello Stato Civile che lo firma è Adolfo Limarzi (il fratello di Silvio) che era già divenuto (o stava per divenire) segretario capo del comune di Castellammare di Stabia

Da Silvio e Giuseppina nacquero altri cinque figli (due a Civitella e tre a Meldola:

- VITTORIO (Civitella di Romagna 22/06/1919 – Ancona 18/09/1979)
Che trascorse gran parte della propria vita fra Torino e Ancona. Sposò JOLANDA PANTIERI ed ebbe un figlio chiamato (ovviamente!) SILVIO;
  
- LUCIANO detto Eugenio (Civitella di Romagna 17/07/1921 – Roma 15/11/1982)
Visse a Roma dove, dal matrimonio con ASSUNTA PORPORA, nacquero MAURIZIO e ORNELLA;
  
- GIOVANNI detto Nino (Meldola 20/03/1925 – Forlì 24/07/2003)
Visse a Forlì con sua moglie MARIA PIA POMPEIANO ed ebbe 3 figli: Marco, Gabriella e Silvia;
  
- FRANCESCO detto Franco (Meldola 06/10/1927 – Forlì 26/02/1993)
Francesco "ereditò" il suo nome dal fratello morto neanche due mesi prima. Visse quasi sempre a Forlì. Ebbe due mogli: con la prima Franca Pizzurro ebbe Manuela, con la seconda Anna Argento non ebbe figli.
  
- UMBERTO (Meldola 27/09/1933 – vivente)
Mio padre. Sempre rimasto a Meldola qui sposò Gaura Gorini ed ebbe due figli: Laura e Silvio (il sottoscritto).

Per il momento mi fermo qui, volutamente didascalico. In realtà è impossibile fermarsi qui e quindi ci sarà un seguito.


SILVIO LIMARZI


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venerdì 8 aprile 2011

MARZI - CHICAGO BIGLIETTO DI SOLA ANDATA


"C'era nebbia quando finalmente ci avvicinammo alla baia di New York, ma troppo tardi per entrarvi. Da ore si vedevano fuori piccole imbarcazioni dalle vele bianche e finalmente scorgemmo una scura striscia di terra che pian piano svaniva sotto una cortina di nebbia e di oscurità. In ogni modo era terra - era l'America! Le paure che lo sconfinato oceano aveva destato in noi si dileguarono subito, lasciando il posto ad un rassicurante sollievo. Ci aggiravamo felici sul ponte. Sottocoperta regnavano confusione e schiamazzo. Parlavano tutti all'unisono. Lentamente, però, scese su di noi il silenzio. Le nostre menti erano attraversate da un dubbio atroce: essere ammessi in America oppure essere rispediti indietro perchè indesiderati, il che significava una vita distrutta, dal momento che molti di noi erano venuti grazie ad un prestito di denaro di cui neanche il solo interesse sarebbero stati appena in grado di pagare al ritorno."



IL VIAGGIO DI LUIGI E PALMA LIMARZI

Negli anni successivi all’unificazione d'Italia il meridione si trovava in uno stato di estrema povertà e arretratezza, falcidiato da malattie ed epidemie e schiacciato da una impostazione ancora di stampo feudale. A questo si è aggiunta la crisi agraria dal 1880 in poi e, successivamente, l'aggravarsi delle imposte nelle campagne meridionali, il declino dei vecchi mestieri artigiani, delle industrie domestiche, la crisi della piccola proprietà e delle aziende montane, delle manifatture rurali.
Le popolazioni, letteralmente stremate dalla sommatoria di tutti questi problemi, non ebbero altra alternativa che migrare in massa.

Gli Stati Uniti, al contrario, dal 1880 aprirono le porte all'immigrazione nel pieno dell'avvio del loro sviluppo capitalistico; le navi portavano merci in Europa e ritornavano cariche di emigranti. I costi delle navi per l'America erano inferiori a quelli dei treni per il Nord Europa, per questo milioni di persone scelsero di attraversare l'Oceano. Al sud la porta principale da prendere per giocarsi l’ultima carta, quella della scoperta del “nuovo mondo”, non poteva che essere uno dei più grandi porti del mediterraneo: quello di Napoli. Da qui attraccavano e partivano a un ritmo impressionante navi di ogni genere e tipo stracariche di migliaia e migliaia di nostri connazionali.

Il 5 giugno 1901 sulla banchina di quel porto, in coda in mezzo ad altri 801 futuri compagni di viaggio, se ne stava un pensieroso LUIGI LIMARZI. Era lì per imbarcarsi sul piroscafo “Vincenzo Florio”.

Il "Vincenzo Florio" in un dipinto ad olio:
fu il primo piroscafo italiano costruito per la tratta Napoli - Genova - New York

Al suo fianco la presenza rassicurante di sua moglie Palma (che da signorina di cognome faceva Garofalo). I due erano di sicuro molto preoccupati anche perchè non erano più due ragazzini in cerca di fortuna: Luigi (nato nel 1837) doveva compiere 64 anni a luglio, Palma era solo di un anno più giovane.
Luigi, uno dei tanti Limarzi di Marzi, era nato infatti lo stesso anno di mio bisnonno Francesco. Certamente fra i due un legame di sangue (più o meno lontano) sussisteva e, in ogni caso, è sin troppo facile pensare che, coetanei e cresciuti assieme nel loro piccolo paesello, dovessero avere per forza condiviso un percorso comune.
Chissà, magari qualche giorno prima di quella mattina affollata di pensieri, Francesco e Luigi si erano anche incontrati, visto che Francesco da circa trent'anni si era stabilito poco distante, a Castellammare di Stabia.

Sui genitori di Francesco abbiamo detto nella pagina "La settima generazione", su quelli di Luigi faccio qui una piccola digressione: Luigi è nato a Marzi il 06/07/1837 primogenito di ROSARIO LIMARZI e FELICIA GAROFALO (in alcuni testi “Fenicia”). Oltre a lui la coppia ha avuto altri 6 figli, 4 dei quali morirono piccolissimi.  Rosario peraltro era il secondo matrimonio dopo che il primo, sfortunatissimo, si era concluso con la morte della moglie ROSA DE VUONO avvenuta a soli 24 anni. Come se non bastasse oltretutto, la coppia aveva dovuto sopportare la perdita degli unici due figli in fasce: Isabella (morta a soli 3 mesi) e Giuseppe (morto a 9 mesi).
Genitori di Rosario e quindi nonni di Luigi erano FRANCESCO LIMARZI (1775 – 1820) e MARIA CALABRESE.

C’è poi questo ricorrere del nome "Francesco" nella vita di Luigi che si presta a congetture: era il nome del nonno, è vero, ma lo stesso Luigi non l'aveva mai conosciuto perchè era morto ben prima che lui nascesse. E allora perchè a sua volta battezzò ben quattro dei suoi figli (una femmina e tre maschi) con quel medesimo nome?
Perchè vi era così affezionato?
Forse (mia ipotesi forse un po' troppo avventata) in omaggio al cugino?
Questa ostinata ripetitività, è peraltro anche il frutto del destino, del fatto cioè che purtroppo tutti e tre i maschi di cui si parla morirono bambini.
Stessa triste sorte capitò, oltretutto, anche ad altri due figli di Luigi e Palma: Carmine e Antonio.

Già, "ostinata ripetitività".
Luigi doveva essere davvero un uomo ostinato. Sennò dove avrebbe trovato la forza per partire?  Se non li avete contati ve lo dico io: sono 11 le morti che lo hanno colpito: 6 dei suoi fratelli e 5 dei suoi figli. Nessuno di loro è arrivato a compiere il decimo anno di età. Da qui si capisce che l’arretratezza del meridione dell'epoca, quella di cui si parlava in apertura, non è un concetto astratto che si ritrova sui libri, ma un flagello che colpiva ferocemete i cuori della gente.
A questo padre così bersagliato dalla sorte, quindi, non rimanevano che due figlie femmine (oltre alla già citata Francesca, sposa di Carmine Aiello, c’era Carmela sposa di Raffaele Aiello) e un unico figlio maschio: Giuseppe nato nel 1869. Ma era un padre che, nonostante tutto, era lì e non si era arreso.

MARZI 1881 - ASSALTO AL MUNICIPIO
Arrendersi, del resto, non faceva parte del carattere di Luigi. Lo si era già capito qualche anno prima, nel 1881: fu allora che i maggiorenti marzesi pensarono bene di istituire l'ennesima tassa gravante sulle già provate popolazioni: la tassa sul focatico. Questa tassa, oltretutto, non è che rispecchiasse propriamente i principi della cosiddetta equità fiscale, visto che andava a tassare semplicemente il "focolare" inteso come entità famigliare, indipendentemente dal reddito della stessa. Risulta sin troppo chiaro quindi che, ancora una volta, erano i più poveri a essere colpiti maggiormente.
Fu la classica goccia che fece traboccare il vaso. Il carattere non proprio conciliante degli abitanti di Marzi fece il resto e andò a finire che, nella sera del 13 febbraio, ci fu un ammutinamento generale che sfociò nella occupazione del municipio durante un consiglio comunale. Qui una turba di gente finì con l'inveire (non solo verbalmente) contro Sindaco, consiglieri, il medico condotto, la maestra e il maestro (il concetto di "autorità" nel 1881 evidentemente era piuttosto distante da quello di oggi..). Il Sindaco non fece a tempo ad intimare lo sgombero dell'aula che venne preso per il collo da un cittadino marzese, Francesco Caputo.
Fra quelli con gli animi più accesi c'era il nostro Luigi che si ritrovò fatalmente con una denuncia che sfociò in un processo alla corte di Cosenza. Assieme a lui, davanti al giudice, vennero chiamati alcuni suoi compagni di  "assalto" Domenico e Francesco Garofalo. Tutti dovevano rendere conto del proprio operato che in effetti non era stato propriamente ortodosso. Per fortuna, vuoi per la clemenza del giudice, vuoi per la bravura dell'avvocato Nicoletti che ne assunse le difese, vuoi soprattutto per il fatto che effettivamente, non vi furono significativi atti di violenza, non vi furono condanne. (fonte: PAESE INQUIETO di Luigi Costanzo - Orizzonti Meridionali Editore)

Anche questo episodio ci illumina sul fatto che Luigi non era tipo da stare con le mani in mano ad aspettare che il destino facesse il suo corso.

Ma tutto questo, se da un lato ci spiega cosa quest'uomo voleva lasciarsi alle spalle, dall'altro non ci dice dov'era diretto esattamente. La nave partiva per New York, certo, ma il "nuovo mondo" era ben più grande.
E qui ci vengono in soccorso le carte d'imbarco (ove bisognava dichiarare la destinazione finale e il nominativo di chi si andava a raggiungere in America). Infatti qui troviamo appuntata (di fianco a tutti i nomi che abbiamo elencato) la loro meta: Chicago.

Ma perchè proprio Chicago?
Anche questo sta scritto su quelle carte. Per inseguire cioè un unico, fondamentale, obiettivo: riabbracciare il figlio Giuseppe ("to join son Giuseppe").
Erano perciò dedicati a lui molti dei mille pensieri che hanno accompagnato la nostra coppia durante l'attesa della nave. Ed era quello il vero motivo per cui, molto più che adulti, i due stavano per affrontare l’oceano: volevano raggiungere quel loro figlio che era già da tempo in America in quella città dallo strano nome.
Giuseppe, evidentemente, unico giovane uomo di famiglia si era preso la briga, seguendo uno schema che si ripete anche delle migrazioni di oggi, di andare lui “in avanscoperta” a scoprire se quel nuovo mondo potesse anche essere un mondo dove vivere.

Evidentemente giudicò che lo fosse.
E doveva essere stato molto convincente perché su quella banchina del porto, come appunto si legge dai documenti di bordo del piroscafo, non c'erano solo i suoi genitori, ma c’era anche Maria Tucci, sua promessa sposa, e c'erano i due fratelli di lei (i suoi futuri cognati Carmine e Francesco Tucci).  Ma non basta: c’era il marito di sua sorella (Carmela) Raffaele Aiello assieme a quel Domenico Garofalo suo compagno nell' "assalto al municipio" del 1881.

NOTA
Di Raffaele Aiello sappiamo però che fece ritorno in Calabria tanto che, assieme alla sua Carmela Limarzi (o Li Marzi che dir si voglia), fece crescere una famiglia che ancora oggi ha le sue propaggini a Marzi. Raffaele e Carmela infatti sono i bisnonni di Fabrizio Perri, autore e storico marzese più volte citato in questo sito che mi ha fornito anche una foto delle due figlie di Luigi, le sorelle Carmela e Francesca.


Francesca e Carmela Li Marzi
(foto Fabrizio Perri)


Questa perciò, ora si capisce, non è altro che una delle tante storie di mare e di emigrazione, di sogni e di valigie di cartone.
Niente di più attuale.
In questi giorni, 110 anni dopo, migliaia di Tunisini e di Libici si stanno ammassando a Lampedusa fuggendo da guerre, miserie e povertà. E, purtroppo, elicotteri e motovedette perlustrano il mare di Sicilia in cerca di cadaveri di uomini che, sperando anche loro in un nuovo mondo, sono tragicamente affondati a bordo di un barcone.
Oggi il miraggio siamo noi, allora il miraggio era “l’America”.  Lo stesso miraggio che, a suo tempo ha portato via dall’Italia anche tanti membri della famiglia alla quale apparteniamo (Luigi non è stato certo l’unico).

E anche l’America, per i milioni di immigrati di tutto il mondo, aveva la sua isola che fungeva da porta d’entrata quasi obbligata. La Lampedusa d’oltreoceano si chiamava Ellis Island: da qui sono passati Luigi, Palma e tutti gli altri loro compagni di traversata.

ELLIS ISLAND è un isolotto alla foce del fiume Hudson nella baia di New York. Antico arsenale militare, dal 1892 al 1954, anno della sua chiusura, è stata la maggiore frontiera d'ingresso per gli immigranti che sbarcavano negli Stati Uniti.

Il porto di Ellis Island ha accolto più di 12 milioni di aspiranti cittadini statunitensi, che all'arrivo venivano sottoposti a controlli sanitari e burocratici durissimi. Ciò le valse l’appellativo di “Isola delle Lacrime”.
I nuovi arrivati dovevano esibire i documenti di viaggio con le informazioni della nave che li aveva portati a New York. Medici del Servizio Immigrazione controllavano ciascun emigrante, contrassegnando sulla schiena con un gesso, quelli che dovevano essere sottoposti ad un ulteriore esame per accertarne le condizioni di salute (ad esempio: PG per donna incinta, K per ernia e X per problemi mentali).
Chi superava questo primo esame, veniva poi accompagnato nella Sala dei Registri, dove erano attesi da ispettori che registravano nome, luogo di nascita, stato civile, luogo di destinazione, disponibilità di denaro, professione e precedenti penali. Ricevevano alla fine il permesso di sbarcare e venivano accompagnati al molo del traghetto per Manhattan.

I "marchiati" venivano inviati in un'altra stanza per controlli più approfonditi. "I vecchi, i deformi, i ciechi, i sordomuti e tutti coloro che soffrono di malattie contagiose, aberrazioni mentali e qualsiasi altra infermità sono inesorabilmente esclusi dal suolo americano" rammentava il vademecum destinato ai nuovi venuti. Tuttavia risulta che solo il due percento degli immigranti siano stati respinti. Per i ritenuti non idonei, c'era l'immediato reimbarco sulla stessa nave che li aveva portati negli Stati Uniti, la quale, in base alla legislazione americana, aveva l'obbligo di riportarli al porto di provenienza.

Il picco più alto si ebbe nel 1907 con 1.004.756 di persone approdate.

Ellis Island è oggi un immenso museo dedicato a tutte quelle persone che, come Luigi, Palma e tanti altri che portavano il nostro cognome, vi approdarono in bilico fra la fuga, la disperazione e il sogno. Dal  curatissimo sito del museo (Ellisisland.org) ho potuto estrapolare le carte di imbarco alle quali mi riferisco e tante altre informazioni. Attraverso di esso ho avuto modo di riflettere anche su tante cose che stanno succedendo ai giorni nostri soprattutto quando ho letto questo trafiletto:

“Nel Museo dell'Emigrazione a New York ci sono ancora le valigie piene di suppellettili e di povero abbigliamento delle persone che reimbarcate per l'Italia, nella disperazione si buttavano nelle acque gelide della baia andando quasi sempre incontro alla morte.”

La "Vincenzo Florio” attraccò a New York il 21/06/1901. 

Io non so quanto faticoso fosse stato viaggio di Luigi, Palma e i suoi compagni, non so nemmeno quanto fossero smarriti i loro sguardi quando, dopo 16 giorni di navigazione, sono sbarcati stracarichi dei loro bagagli. Ma posso immaginarlo. Così come posso solo immaginare la trepidazione con la quale affrontarono i controlli e le visite mediche. Di sicuro però so una cosa: che riuscirono nel loro intento e che Ellis Island fu solo una tappa di passaggio, breve per quanto indimenticabile, nella loro vita.  
A Chicago non solo arrivarono, ma lì rimasero per sempre. E sono certo che Giuseppe quell’estate 1901 se la sarà ricordata per il resto dei suoi giorni visto che fu l’estate nella quale, in un colpo solo, riabbracciò padre, madre, cognati e... sua moglie. Infatti, neanche il tempo di farle disfare i bagagli i e Giuseppe sposò la sua Maria nella "Italian Mission Church" della città. Non c'era un istante da perdere.   Ed è da lì in poi che la storia dei Limarzi a Chicago è veramente cominciata, è proseguita e sta proseguendo sino ai giorni nostri nell’intera contea di Cook, Illinois, alla quale Chicago appartiene.


Ma, matrimonio a parte… da dove è cominciata? Da dove comincia la vita di un immigrato? Da un lavoro, è ovvio.
Giuseppe se lo sarà chiesto di sicuro: “cosa diavolo può fare un calabrese a Chicago per guadagnarsi da vivere onestamente?” E trovò la sua risposta: il barbiere!
Poco originale ma efficace.
Del resto, in qualsiasi film americano se il protagonista decide di farsi barba e capelli, finisce inevitabilmente da un barbiere italiano il quale comunque svolge tale attività in maniera assolutamente secondaria. Il suo salone diventa infatti una via di mezzo fra un punto di ritrovo e un luogo dove si ha la pretesa di discutere dei massimi sistemi e dove si dispensano, compresi nel prezzo di una rasatura, consigli e strategie di vita (un esempio? Clint Eastwood e il suo amico barbiere Martin in “Gran Torino”).
Luoghi comuni? Certamente! Ma nessun luogo comune nasce per caso.
E nessun lavoro onesto, per quanto umile si può barattare con qualcosa di meno onesto.

Un lavoro quindi e l'intera sua famiglia al fianco.
Giuseppe deve aver capito subito di avere finalmente fra le mani tutto quello che gli serviva. Gli mancava solo la parte più facile: avere dei figli con la sua Maria. Infatti giusto il tempo di sistemarsi, di imparare quattro frasi in inglese e nasce, il 26/11/1903, il primogenito dal nome scontato: LUIGI ROSARIO (il padre e il nonno di Giuseppe). La coppia però  doveva, con ogni probabilità, fare ancora un po’ di pratica con l’anagrafe del luogo in quanto, come risulta dall’atto di nascita, l’italianità dei nomi della famiglia era completamente scomparsa:



Posso capire per il nome del nuovo nato (Louis Rosary), ma Joe e Mary al posto di Giuseppe e Maria era decisamente un po’ troppo.
In occasione della nascita degli altri loro figli, capita l’antifona, marito e moglie rimisero le cose a posto e diedero loro gli italianissimi nomi di ROSARIO RODOLFO (1905), GIUSEPPE SERAFINO RODOLFO (1907), ROSA (1910) VIRGINIA (1912) e MARGHERITA (1914). Unico incidente (un classico anche in Italia per la verità) l’errata registrazione di Giuseppe Serafino Rodolfo nella quale il cognome viene scritto staccato e modificato in Li Marzi.



E, per inciso, a quanto ne so, l'ecatombe di neonati e adolescenti che aveva costellato la vita di Giuseppe era finalmente alle spalle: nessuno morì in fasce e nemmeno a cinque o dieci anni. In particolare Luois morì a 88 anni, Giuseppe (inesorabilmente diventato Joseph) a 93, Rosa a 77, Virginia a 92…. Era il segno che la qualità della vita era cambiata. E proprio questo fu il primo risultato della traversata, assicurare un futuro ai propri figli. Non si sa se migliore o peggiore è vero, ma almeno c'era un futuro. E con esso la possibilità di crescere e di giocarsi le proprie carte.

E qualcuno le sue carte se le giocò bene: 


LOUIS R. LIMARZI (Chicago 26/11/1903 – Chicago 12/04/1991)
Medico e ricercatore

Anche con i soli guadagni da barbiere Giuseppe riuscì a far studiare il primogenito Louis che, laureatosi in medicina all’Università dell’Illinois diventò un luminare a livello mondiale nell’ambito della cura delle malattie del sangue ed uno dei pionieri nella cura delle leucemie. La sua carriera durò più di 50 anni. A lungo docente emerito della University Of Illinois – School of Medicine, sulle sue intuizioni si basano ancora alcuni degli attuali principi di cura in questo campo. Fu uno dei primi ricercatori a suggerire l’uso della chemioterapia abbinata a farmaci specifici per il trattamento di questa malattia.

Autore di oltre 160 fra articoli e testi di ematologia, compresi alcuni importanti lavori sull’analisi del midollo dei bambini disegnò personalmente uno dei primi strumenti medici per estrarre il midollo osseo che era ancora in uso all’epoca del testo sotto riportato (1991).




Si tratta dell’articolo, molto più che un semplice necrologio, che gli ha dedicato il Chicago Tribune in occasione della sua morte il 19 aprile 1991 e che ho appena riassunto sommariamente

Louis sposò Ethel (19/06/1905 – 02/04/1993) dalla quale ebbe due figlie Cynthia (1947 – 2006) e Roberta (1943 – vivente).




JOSEPH LI MARZI (Chicago 15/09/1907 – New York 4/3/2000)
Artista

Giuseppe Serafino Rodolfo Limarzi invece diventò Joseph Li Marzi. Per il cognome erroneamente staccato avrebbe dovuto ringraziare il distratto impiegato dell’anagrafe della città di Chicago, mentre per il nome di battesimo invece si sarà presto rassegnato all’americanissima inesorabile abitudine e a tradurre in inglese tutti i nomi propri stranieri.  

Joseph frequentò School of the Art Institute of Chicago. Insegnò e diventò un pittore affermato in tutti gli Stati Uniti dove sono disseminate decine di sue opere che tutt’ora, a vent’anni dalla sua morte hanno un loro mercato.

Eccone due fra quelle che sono riuscito a rintracciare:


Joseph LiMarzi - Woman With Cat



Joseph LiMarzi - Californian Impressionist Scene
Le sue principali mostre citate nei cataloghi sono quelle presso:
- Art Institute of Chicago
- Pennsylvania Academy of the Fine Arts
- Salons of America

Della sua morte il 4 marzo 2000 abbiamo notizia dalla pagina dei necrologi del New York Times





Degli altri fratelli so ben poco. Qualche traccia di Virginia e niente più. Ma poco importa. Quello che importa e che più mi è piaciuto nel ricostruire questa vecchia storia di famiglia e stato scoprire che Luigi, Giuseppe e tutti quelli del Vincenzo Florio siano riusciti a vincere questa loro battaglia contro il destino. Certo, io non so e non posso sapere se le loro siano sono state vite felici e soprattutto se e quante altre battaglie hanno vinto o perso. Ma almeno quella di Ellis Island so come è andata a finire.



SILVIO LIMARZI






GENEALOGIA: La famiglia di Luigi



GENERAZIONE 1
DOMENICO  LIMARZI – CATERINA GAROFALO


GENERAZIONE 2
FRANCESCO LIMARZI (1775- 1820)  – MARIA CALABRESE


GENERAZIONE 3
(gli unici due figli certi di Francesco e Maria)

1) PALMA LIMARZI (1798 – 1819)
2) ROSARIO LIMARZI (? – 1866)

GENERAZIONE 4 e successive – RAMO DI ROSARIO

ROSARIO LIMARZI

Sposa in prime nozze il 16/07/1829 Rosa de Vuono (1809 - 1833) dalla quale ha 2 figli

1 - ISABELLA (1830 – 1830)
2 - GIUSEPPE (1831 – 1832)

Nel 1833 si chiude con la morte di Rosa il primo tristissimo matrimonio di Rosario (vedovo dopo 4 anni con due figli deceduti in fasce). Un po’ di fortuna in  più la ebbe con il secondo: sposò infatti Fenicia o Fenice Garofalo (a seconda degli atti) dalla quale ebbe altri 7 figli:

3 - LUIGI (1837 - ?)
Sposò Palma Garofalo ed ebbe 8 figli:

- FRANCESCA (1857 - 1912) che sposerà Carmine Aiello (figli Antonio – Giuseppe e Rosario)
- FRANCESCO (1861 - 1866)
- FRANCESCO (1866 - ?)
- CARMINE (1868 – 1868)
- GIUSEPPE MARIA (1869 - ?) che sposa Maria Tucci
- FRANCESCO (1876 – 1882)
- ANTONIO (1880 – 1887)
- CARMELA (1880 - 1964) che sposerà Raffaele Aiello

QUI CI SONO TUTTI I PROTAGONISTI DELLA STORIA….


ALTRI FRATELLI DI LUIGI:

4 - PALMA ( 1840 – 1840)
5 - CARMINE (1841 – 1845)
6 - MARIA (1844 -1845)
7 - MARIA (1847 - ?)
8 - CARMINE (1852 – 1859)
9 - ROSARIO (1857 - ?)

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venerdì 4 marzo 2011

RAFFAELE (RAFFAELLO) LIMARZI

(foto pervenuta da Silvio '51)
Raffaele è il primo figlio maschio di Francesco, immancabilmente battezzato con il nome del nonno.
Nome riportato in tutti i documenti ufficiali, ma che è stato inizialmente un motivo di discussione con una delle sue discendenti dirette, la bolognese Eleonora Limarzi che, a ragione, conosceva il suo trisnonno con il nome di Raffaello. E' in effetti così che si faceva chiamare dai suoi cari e dalle persone a lui più vicine.

Nacque a Marzi il 7/03/1860 diciotto mesi dopo la sorella maggiore Maria Laura e giusto qualche mese prima dell'arrivo della rivoluzione garibaldina che ha attraversato la sua terra.

Sarà stato questo vento di guerra che l'ha lambito quando ancora era nella culla o chissà per quale altro motivo, ma di fatto la sua vita Raffaele l'ha passata per la maggior parte sotto le armi. Infatti non gli è stato necessario nemmeno rispondere alla chiamata di leva del 1880 perchè già si trovava arruolato, evidentemente come volontario, nel 42° Reggimento Fanti (come risulta dai registri che pubblico in appendice a questo post).
Per la cronaca nel 1882 a lui si ricongiunse, sempre nel 42° reggimento fanti, il fratello Eugenio.

Sin dalla sua gioventù quindi la sua vita è trascorsa indossando la divisa del Regio Esercito. Questo comunque non gli impedì di sposare il 22 aprile 1895, a Ferrara, la contessa ANTONIETTA CHIOZZA di LOANO (nata il 31/08/1874, figlia del ferrarese Conte Chiozza e della Contessa Giuseppina Avogli Trotti).

Per l'occasione il padre Francesco non mancò di pubblicare un opuscolo di poesie cosa, fra l'altro che, conoscendolo, non stupisce particolarmente. Quello che invece stupisce è che lo stesso Raffaele, l'arcigno soldato che evidentemente condivideva con il padre la vena poetica, diede a sua volta alle stampe un intero libretto dedicato alla sua amata Antonietta. Una copia di questo si trova alla biblioteca centrale di Firenze.

Ecco le parole da lui dedicate alla sua futura sposa:



Per avere invece una visione complessiva di entrambi gli opuscoli (che sono pubblicati in una apposita pagina del sito) è sufficiente CLICCARE QUI.

I novelli sposi incominciarono un lungo peregrinare per l'Italia del nord dettato dai continui trasferimenti ai quali era soggetto Raffaele. Ciò si evince anche dalle città natali dei loro 4 figli, quasi sempre diverse l'una dall'altra:

GRAZIELLA LIMARZI (Reggio Emilia 11/09/1897 - Bologna 15/10/1993)
La primogenita



ERIBERTO LIMARZI (Torino 03/09/1900 - Bologna 10/07/1963)



FRANCESCO LIMARZI (Torino 30/07/1902 - Bologna 20/01/1996)
Chiamato più semplicemente Franco. Sposò Anna Pini (1906-1994) il 15/10/1934


VOLFRANO LIMARZI (Vercelli 01/03/1907 - ?)
Sposò Maria Baldi (1907 - 2006).



Raffaele (divenuto quindi Raffaello) e Antonietta finirono per mettere radici a Bologna e con loro tre dei quattro figli (Eriberto, Graziella e Francesco) che sono tutt'ora sepolti al Cimitero della Certosa.

Ai loro nomi sono in origine risalito grazie a Eleonora Limarzi che mi ha trasmesso (fra le altre cose) il necrologio dato alle stampe negli anni '30 in occasione della morte della madre di Antonietta:


Quello fra di loro di cui ho maggiori conoscenze è di sicuro Eriberto che, fra l'altro, è sempre stato in contatto con mio nonno (e suo zio) Silvio tant'è che, approfittando della vicinanza geografica, non sono mancate nemmeno alcune sue visite a Meldola. Di queste conserva ancora diversi ricordi mio padre che, da piccolo e affamato ragazzino, si preoccupava non poco dell'appetito del cugino che finiva per spazzolare tutti i manicaretti preparati da Clara (la indimenticata governante tuttofare di casa).

ERIBERTO sposò nell'aprile 1925 Elsa Lugatti. La coppia ebbe due figli: SILVANA e GABRIELE i cui discendenti sono numerosi e tutt'ora residenti a Bologna.



Gabriele infatti ebbe a sua volta quattro figli: la già citata Eleonora e i suoi fratelli Giovanna, Sofia e Raffaele. E' il terzo Raffaele Limarzi di una serie incominciata più di 200 anni fa con il padre di Francesco nato nel 1805. Non nascondo di avere avuto, non avendolo mai visto prima ed imbattendomi per caso in una sua foto, un vero e proprio tuffo al cuore: porta letteralmente stampati i tratti di famiglia. Scherzi della genetica.
Sua figlia Margherita è un'altra dei giovanissimi della nostra stirpe. E mi  piace metterla assieme agli altri, da poco arrivati, piccoli Limarzi nel mondo (magari un giorno scrivo qualcosa solo per loro).

Quanto alla carriera militare di Raffaello fu lunga e luminosa. Già nel 1880 a vent'anni era ufficiale ed arrivò sino al grado di colonnello con il quale si congedò.
E' bello ritrovarlo, dopo le foto giovanili, uomo maturo, ma sempre con l'immancabile divisa. Oppure in una foto scattata a Tripoli, in pieno periodo coloniale, mentre sfila a cavallo alla testa delle truppe al suo comando. (entrambe le foto di Eleonora Limarzi - nella prima Raffaello è il terzo partendo da sinistra)





Raffaello si spense, poco prima di compiere 82 anni, a Bologna il 22 gennaio 1942. Lo fece dopo avere percorso un lunghissimo e tortuoso percorso incominciato in contrada Amarella nella piccola e lontanissima Marzi, sempre al servizio di quella Patria i cui primi destini si sono compiuti assieme ai suoi.

La sua Antonietta gli sopravvisse di 20 anni e se ne andò, sempre a Bologna, il 21/02/1962.
Spero, in un prossimo futuro, di avere la possibilità di ampliare ancora le informazioni al loro riguardo, intanto però concedetemi di inserire in questo post un ultimo primo piano di Raffaello. Si tratta di un ingrandimento della foto pubblicata appena sopra. E' palesemente una ripetizione, oltretutto è anche un pò sgranato e per niente nitido. Ma quell'espressione  mi ricorda troppo quella di alcuni, cari parenti che se ne sono andati.



SILVIO LIMARZI



ESTRATTI DEI REGISTRI DI LEVA DI COSENZA (cliccare per ingrandire)



DICITURA: "Già in servizio nella qualità di ufficiale al 42 reg. Fanti n. 208 di matricola"

domenica 20 febbraio 2011

DANTE, BIENVENIDO AL MUNDO!




Il 17 di FEBBRAIO è nato un altro, piccolo Limarzi.
Figlio di Pablo, pronipote di Mario e quindi di Adolfo. E' la vita della nostra famiglia che continua a scorrere in un Limarzi che parlerà argentino, ma che imparerà, ne siamo sicuri, anche qualche parola di italiano.
Tante "felicitaciones", quindi, ai genitori e tanti tanti auguri di lunga e felice vita al piccolo!

Da ultimo non può non sfuggire un sorriso: se c'è una persona attorno alla quale ruota la storia della nostra famiglia è il "capostipite" Francesco e, assieme a lui, c'è la storia della sua passione letteraria per la Divina Commedia e la sua ammirazione sconfinata per il suo autore.
Ed ora che, nel giro di un mese, nascono due bimbi, distanti migliaia e migliaia di chilometri l'uno dall'altro  come si chiamano?

FRANCESCO e DANTE

Che la storia stia ricominciando?

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martedì 15 febbraio 2011

UMBERTO LIMARZI

CASTELLAMMARE DI STABIA 14/11/1878 - ROMA 14/12/1946

Umberto nacque a Castellammare di Stabia il 14/11/1878 e deve il suo nome all'omaggio che, battezzando quello che sarebbe stato i suo ultimo figlio, suo padre Francesco tributò al nuovo Re D'Italia Umberto I che si era insediato proprio quell'anno.

Su Umberto è ed è sempre stato molto complicato fare delle ricerche in quanto le sue tracce sono molto flebili e sparse in giro per l'Italia. Inizialmente si era materializzato solo nei ricordi di mio padre, il nipote che ne prese il nome. Fu proprio per questo che quello strano zio che non aveva mai visto, ma che si chiamava come lui, gli rimase impresso. Ciò al punto tale da ricordare l'indirizzo verso il quale partivano da Meldola le lettere a lui destinate: "Via Cola di Rienzo - Roma".
Invece io, non trovando alcuna traccia della sua esistenza, non nascondo di avere sospettato un suo errore. In fondo si trattava dei ricordi di un bambino: ho pensato che magari si riferisse ad un altro parente, non del fratello del padre.

Ma non era così. Piano piano e con un po' di pazienza nelle ricerche sono spuntate diverse notizie dall'anagrafe di Castellammare e alla fine, con mia grande sorpresa, mio cugino Silvio ne ha tirato fuori persino una foto (che reca una data: "Roma 04/04/1932"). Quelle lettere evidentemente avevano avuto una risposta.

(Foto pervenuta da Silvio '51)


Poi, una dopo l'altra, un po' di cose sono venute a galla.
Innanzitutto la laurea, conseguita nel 1900 a soli 22 anni in Scienze Fisiche e Matematiche alla Regia Università di Torino. Credo che per Francesco questa sia stata, fra quelle che hanno conseguito i suoi figli, la laurea che lo rese più di tutte orgoglioso considerato che, nonostante l'indole da poeta, per tutta la vita e a cominciare dai suoi studi giovanili, si è occupato di numeri. (cliccare qui per annuario Università Torino)
Molto interessante è il fatto che Umberto si sia laureato a Torino, così lontano dalle sue terre. Oltre al destino per così dire "Sabaudo" che gli avevano scolpito nel nome credo che ci fosse anche una motivazione piuttosto pratica: in quegli anni in quella città era di stanza suo fratello Raffaele (maggiore di ben 18 anni), militare in carriera del Regio Esercito: difficile pensare che si tratti di una coincidenza.

Tre anni dopo lo ritroviamo nella sua Castellammare impegnato in politica in una lista che voleva sovvertire gli equilibri di potere, giudicati un po' stantii, della città. La traccia ce la fornisce quello splendido sito dedicato alla cultura e alla storia stabiese che è www.liberoricercatore.it. Ecco un'estratto del lungo articolo che fa un'analisi delle locali elezioni amministrative del 1903:
   
CASTELLAMMARE - LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE DEL 1/2/1903
In queste elezioni generali amministrative del 1903 si confrontarono diverse coalizioni: da quella ormai consolidata di Alfonso Fusco padre padrone della politica stabiese a quella facente capo al cavalier Tommaso Cuomo, sindaco uscente eletto nel dicembre 1898, dopo le dimissioni di Paolo Avitabile. In entrambe le liste apparivano nomi delle passate amministrazioni coinvolti nello scandalo scaturito dalla pubblicazione dell’inchiesta. La terza coalizione si richiamava al patto d’alleanza del Comitato dei Partiti Popolari sotto la presidenza del medico Carlo Salvadore e composta "(...) dai partiti popolari e dalla parte più eletta di tutte le classi della cittadinanza (...)". nel quale confluivano le diverse opposizioni, variabili nel tempo, allo strapotere del clan Fusco ed aveva in quest’occasione come maggiori esponenti, Nicola Amitrano, Antonio Acanfora e il professore Umberto Limarzi. I socialisti partecipavano a questa lista con cinque candidature e i repubblicani con una.
(cliccare qui per articolo integrale)

Il "professore" Umberto Limarzi tre anni dopo la laurea si era quindi dedicato all'insegnamento della sua matematica. Quella che poteva essere solo una deduzione suffragata da quanto scritto in questo articolo in realtà trova conferma da ben altro:





Di nuovo Torino quindi nel destino di Umberto: siamo nel 1905 e, ancora una volta precocemente a soli 27 anni, egli da alle stampe un testo dedicato alle scuole tecniche commerciali (da me ritrovato alla Biblioteca Nazionale di Firenze). Sono circa 70 pagine che, copertina e controcopertina a parte, sono interamente scritte a mano e in bella grafia: immagino che ciò sia dovuto al fatto che la stampa e l'impaginazione di conteggi e formule fosse, all'epoca, estremamente costosa e complicata.
Immediatamente, dalla lettura, si comprende quanto indietro fosse la cultura matematica del tempo: le prime pagine di questo testo ai nostri giorni sarebbe una buona base di studio per gli alunni dei primi anni delle scuole elementari: all'epoca era invece rivolto agli studenti delle scuole tecniche commerciali. In verità con lo scorrere delle pagine la matematica diviene un po' meno elementare e meno immediatamente accessibile: insomma, si tratta di un vero e proprio "compendio".

Umberto successivamente si sposò a Napoli il 18/03/1818 Amelia Maglio. Amelia che, fatto piuttosto anomalo per l'epoca, era di ben 14 anni più grande di lui (54 anni contro i suoi 40), era al suo secondo matrimonio in quanto vedova e, soprattutto, era la sorella maggiore di Livia, la moglie di suo fratello Adolfo. Non sempre tre indizi fanno una prova, ma viene da pensare che queste nozze siano state da quest'ultimo un po'... agevolate.

Le sue tracce si perdono per qualche anno e ricompaiono negli anni '30 a Nerni (dove in quel periodo è stato direttore della locale Scuola di Avviamento al Lavoro) e a Roma, attraverso quelle lettere che partivano ed arrivavano a casa Limarzi a Meldola.

Durante le mie ricerche ho avuto modo di appurare che mio padre non ha sbagliato nemmeno l'indirizzo di partenza di quelle missive: in quella casa di via Cola di Rienzo, infatti, Umberto morì a 68 anni, il 14 dicembre del 1946, e venne sepolto nella capitale nel cimitero del Verano ove, a tutt'oggi, la sua salma ancora giace. Dai documenti cimiteriali risulta che della sepoltura si occupò una donna che diversi indizi mi portano a credere fosse stata la sua seconda moglie.
Nell'estate del 2014 ho avuto modo di andare a deporre un fiore sulla sua tomba, ormai purtroppo abbandonata.


SILVIO

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