“Ho riflettuto molto sulla nostra rigida ricerca, mi ha dimostrato come ogni cosa sia illuminata dalla luce del passato… in questo modo io sarò sempre lungo il fianco della tua vita e tu sarai sempre lungo il fianco della mia.”

da OGNI COSA E' ILLUMINATA - Jonathan Safran Foer

venerdì 4 settembre 2015

UNA FAMIGLIA

Marzi 228 anni fa. Anno 1787, 24 marzo.
Dietro la scrivania il notaio Michele Zumpano più che scrivere stava compiendo quello che chiunque oggi considererebbe un miracolo di pazienza. Intingere con parsimonia il pennino nell’inchiostro per poi appoggiarsi e scrivere con calma e in bella grafia fino a riempire otto ruvidi fogli di carta spessa. Attento a non fare macchie, a non calcare troppo o troppo poco, a non commettere errori di grammatica, di ortografia e, nel frattempo, costruire un atto che stesse in piedi sotto il profilo logico e giuridico. Ma, 228 anni fa, di tempo e di pazienza ce n’era in giro un sacco.

Davanti a lui, o meglio dall’altra parte della scrivania, c’era una intera famiglia. O quasi.
Li immagino tutti vestiti tutti bene per l’occasione (che allora voleva dire mettersi il meno logoro dei due o tre abiti in loro possesso): c’era una madre, Caterina Tucci, che aveva passato più tempo da vedova che da sposata. Erano infatti trascorsi 15 anni da quando suo marito Vincenzo Li Marzi, a soli 33 anni, aveva “reso l’anima a Dio”. Non riesco a pensare ad un definizione migliore della morte. Un tempo la usavano i parroci per redigere i certificati di morte ed è questa la formula utilizzata, quando Vincenzo se ne andò nel 1772, anche dal parroco della chiesa di Santa Barbara a Marzi:

Documento prodotto dal nipote Raffaele Limarzi in occasione del suo matrimonio
(Marzi 1828)

C'erano poi due dei tre figli che Vincenzo e Caterina fecero in tempo a mettere al mondo: Antonio, il loro primogenito, nato fra il 1760 e il 1763 e Pasquale, il più piccolo, nato nel 1769. Mancava invece il mediano, Stefano, che impossibilitato a presenziare aveva provveduto, tramite procura scritta, a farsi rappresentare nell’occasione dal sacerdote Fedele Tucci. La scelta, del resto, non fu affatto casuale: don Fedele oltre ad essere un religioso (all’epoca una delle fidate figure alle quali ci si rivolgeva per questo genere di delicati incarichi), era anche il fratello minore di Caterina e quindi zio di colui che rappresentava.
Non sapremo mai cosa indusse Stefano quel giorno a mancare un appuntamento tanto importante. Viene da pensare che fosse malato, forse anche gravemente, oppure che fosse, in quel periodo, lontano da Marzi. Di sicuro si trattava di qualcosa che non li colse di sorpresa. La procura, fatto strano, era stata infatti redatta diversi mesi prima dell’atto, nell’ottobre del 1786 chiudendosi con la firma e la frase di rito scritta di proprio pugno dal ragazzo:



Stefano quindi sapeva scrivere come del resto, lo so per certo, anche Pasquale. E lo stesso valeva quasi sicuramente (anche se non ne ho riscontro) per Antonio. A quei tempi, infatti, il primogenito era sempre il privilegiato, istruzione compresa. Impensabile che ciò che era toccato ai suoi fratelli minori non fosse toccato a lui.
Saper leggere e scrivere, all’epoca, non era certamente la regola, bensì un’eccezione ed una prerogativa che si ritrovava in pochi appartenenti ad una ristretta cerchia di famiglie. Il fatto che, al contrario, Vincenzo fosse riuscito a garantire l’istruzione a tutti i suoi figli forse a qualcuno può sembrare un dettaglio secondario, ma non lo è. In realtà ci rivela come egli possedesse entrambi i requisiti fondamentali per poterlo fare: una grande lungimiranza e dei buoni mezzi economici.
La lungimiranza risiedeva nell’aver capito che la chiave per provare ad assicurare ai propri figli un futuro migliore stava nell’istruzione; i buoni mezzi economici, in tutta evidenza, rappresentavano la condizione indispensabile per tradurre ogni buona intenzione in fatti concreti.

Senza dubbio, a mettere assieme le due cose, lo aveva aiutato non poco suo padre Nicolò che a sua volta lo aveva spedito a scuola da ragazzo (erano solo in 22 che ci andavano in una Marzi che sfiorava i 1.000 abitanti) e che da semplice mulattiere (un mestiere umile ma redditizio), grazie al suo lavoro e ad un certo fiuto per gli affari, era riuscito ad accumulare un discreto patrimonio.
Al resto contribuì Caterina che, appartenendo anche lei ad una famiglia che stava discretamente bene, portò una buona dote a Vincenzo . Anche in questo caso niente sfarzo, per carità, ma suo  padre Luc’Antonio possedeva in società con suo fratello Domenico un mulino alla "fiumara da''Ara" che dava il suo buon reddito il che gli permise di accasare la figlia con quel buon partito che era Vincenzo. 

So bene che facendo certi ragionamenti non si dà il giusto spazio al romanticismo, ma sarebbe ingenuo non pensare che, oltre che dell'amore, il loro sia stato un matrimonio figlio degli usi e dei costumi del tempo che imponevano alle coppie di formarsi quasi esclusivamente fra individui del medesimo ceto sociale. A questo proposito non può essere una coincidenza il fatto che i rispettivi genitori (Nicolò e Luc'Antonio) fossero, se non amici, di sicuro ottimi conoscenti: di qui fino ad arrivare ad ipotizzare che fra i due sia intervenuta una sorta di “contrattazione” il passo è breve.

Insomma, alla fine Vincenzo certamente per meriti suoi, ma agevolato dall'eredità paterna e dai beni di Caterina, stava piuttosto bene economicamente: una vigna, un castagneto, due chiuse (piccoli appezzamenti di terreno recintato), un orto, un paio di case ed una certa disponibilità di denaro. 
Addirittura si trova traccia di un suo prestito di una considerevole somma a Francesco Golia, cosa che oggi lo farebbe scambiare per un usuraio, ma che ai tempi rappresentava una prassi consueta.
Trecento ducati ceduti, al tasso (tutt'altro che esoso) del 5%, in una sorta di finanziamento perpetuo. Golia in pratica poteva tenere la somma sin quando voleva purché pagasse al suo finanziatore la somma di 15 ducati annui (il 5% di 300 appunto) come interesse. In caso di sua morte il debito sarebbe passato ai suoi figli, viceversa, nel caso in cui fosse morto per primo Vincenzo, il credito sarebbe andato a beneficio dei suoi eredi. In qualsiasi momento era possibile estinguere (affrancare) il  debito, con la restituzione dei 300 ducati e la transazione si sarebbe definitivamente chiusa così.

Non se li è goduti molto quegli interessi Vincenzo. Antonio era adolescente, mentre Stefano e Pasquale erano ancora dei bimbi quando il padre mori e lasciò loro quel credito, la casa, le chiuse, la vigna e tutto il resto.

Per i successivi 15 anni quell'intero patrimonio sarebbe rimasto esattamente così, come l'avevano ricevuto: integro ed indiviso. Tutti questi anni i tre li trascorsero, crescendo sotto lo sguardo vigile della madre, nella casa di famiglia alla “Ruga delli Vaccari” senza mai porsi il problema della spartizione di quel lascito. E così fu sino a quando Antonio conobbe Rosa Garofalo che nel 1884 sposò e con la quale andò a vivere sotto un altro tetto.
Il tempo e la naturale successione degli eventi aveva quindi spezzato, almeno formalmente, l’unità della famiglia (che, va detto, sotto il profilo dei legami affettivi non venne mai meno). Man mano che i mesi passavano, poi, diventava chiaro che, con Antonio fuori casa e i due fratelli più giovani che stavano per spiccare anche loro il volo, si avvicinava il momento di “spezzare” anche quella sorte di unità economica che li aveva contraddistinti. Ciò avvenne in realtà senza alcuna fretta, visto che ci vollero altri tre anni perché prendessero quell'appuntamento con il notaio. 


IL CONTENUTO DELL'ATTO

Alla fine le divisioni furono fatte e, si capisce dal tenore delle stesse, che esse erano il frutto di un accordo bonario già concordato da tempo e non provenivano da delle rigide spartizioni matematiche. Ognuno, infatti, tenne per sé non semplicemente "la propria parte", ma ciò che più gli era utile, mettendo nel giusto conto il valore delle cose, ma senza pesarlo in maniera ossessiva:

- la casa di Ruga Delli Vaccari rimase a Pasquale e Stefano, i due fratelli che ancora vi vivevano con la madre (negli anni successivi, poi, sappiamo che Pasquale a sua volta cedette la sua metà dell’immobile a Stefano);

- la vigna de “Lo Britto”, la chiusa di Repupa e quella di San Sebastiano invece andarono ad Antonio in cambio (testuale) di una gonna di “saja scarlatina” (la saja teoricamente è un tessuto povero, per “scarlatina” presumo si intenda il colore), di un corpetto di velluto e di sei ducati;


- la titolarità del prestito di trecento ducati rimase alla madre Caterina anche se in parte vincolato sino alla sua morte. Per la precisione la somma vincolata era di 180 ducati che sarebbero passati, dopo la sua dipartita, a ciascuno dei suoi tre figli nella misura di 60 ducati ciascuno. I rimanenti 120 ducati, al contrario, sarebbero rimasti nella sua più completa disponibilità;

- altri 30 ducati (denaro di famiglia) vennero assegnati sempre a Caterina. Tale somma, assieme ai 120 di cui sopra serviva a ricostituire la dote di 150 ducati da lei portata a Vincenzo per il matrimonio;

- ad Antonio rimase l’onere di pagare un debito a Bartolomeo Calabrese, in quanto il medesimo era stato contratto per lavori alla chiusa di Repupa;

- Antonio e Pasquale rimasero coobbligati per la restituzione di un prestito ottenuto da Francesco Mannella (futuro suocero di Stefano che sposò in seguito sua figlia Caterina) e di uno, più piccolo, nei confronti di loro cugino Bruno li Marzi. Si trattava di debiti a suo tempo da loro contratti congiuntamente e tali dovevano rimanere;

Facile constatare che, dopo questo atto, la proprietà dei beni di famiglia aveva acquistato una sua logica che soddisfaceva le esigenze di tutti. 

Il notaio Zumpano ha continuato ad operare a Marzi per i successivi venti anni e dei suoi servizi i Li Marzi si sono spesso serviti ogni volta che se ne presentava l'esigenza. Sfogliando i suo fogli di carta ruvida ho scoperto tante cose di loro ma, soprattutto, ho capito che davvero i Li Marzi erano una famiglia nel vero senso della parola. Quella giovane vedova e quei tre ragazzotti adolescenti affrontarono la vita facendo un fronte comune. In tanti atti, infatti, si coglie in maniera tangibile ciò che traspare da questo: la volontà di condividere sia gli oneri, sia gli onori della loro esistenza.

Ad un certo punto, in questi volumi, Caterina non la ritroviamo più: probabilmente è il segnale che, ormai, anche per la madre, divenuta anziana, era giunto il momento di rendere l’anima a Dio. E fu fortunata  a farlo prima di vedere ciò che sarebbe accaduto ai suoi amati figli:

Stefano e Pasquale glieli uccisero, durante l'invasione del 1807,  i francesi di Napoleone. Quando li appesero al patibolo erano ancora una volta uno di fianco all’altro, fino al loro ultimo respiro. Non so pensare a quali furono le ultime parole che si dissero, mentre si guardavano l'un l'altro negli occhi, con la consapevolezza che le loro vite stavano per finire. Impossibile anche solo immaginarlo.

"Avevano fomentato la rivolta” dissero di loro alla Gran Corte Criminale di Cosenza, ma in realtà erano solo due povere vittime di un esercito a cui nulla interessava se non di opprimere e spargere terrore. (cliccare qui per la loro storia completa)

Antonio invece sparì, non sappiamo come e non sappiamo quando, anche se accadde, molto probabilmente, in quel periodo. Niente e nessuno mai lo potrà confermare, ma io sono convinto che la sua scomparsa sia legata ai medesimi fatti che portarono alla morte i suoi fratelli. Troppo strana la coincidenza. Del resto è noto che le famiglie dei cosiddetti giustiziati, oltre a dover far fronte al dolore per la perdita del congiunto, cadessero in disgrazia. 
Ed è certo che, dopo quel 1807, di lui non si trova la benché minima traccia. Antonio sparì lasciando un tale vuoto dietro di sé da far pensare, come minimo ad una fuga precipitosa (magari per evitare la sorte toccata ai fratelli?) o, addirittura, alla sua morte. In quegli anni di tumulti assoluti non sarebbe stato certamente né il primo né l'ultimo caso di morte bianca.
E, si badi bene, il vuoto di cui sto parlando non è solo quello che pure ho avuto modo di riscontrare nelle mie ricerche, ma è quello che ci testimonia uno dei suoi più stretti famigliari nel documento che segue:

Siamo nel 1862, Stefano (un nome non a caso), un nipote di Antonio, si deve sposare e, secondo la legge occorre il consenso paterno. Suo padre però è deceduto e Stefano lo documenta regolarmente producendone il certificato di morte.

In subordine, come da prassi, viene richiesto il consenso del nonno o in alternativa la certificazione del suo decesso. Ed è qui che Stefano non sa che pesci prendere: non sa dove suo nonno Antonio è morto, non sa quando è morto e non sa nemmeno qual'è il suo ultimo suo luogo di residenza: 





Quanto ai beni che quel giorno dal notaio erano stati così accuratamente suddivisi è inutile dire che, a seguito di quella sentenza capitale, furono tutti requisiti. Insomma, la famiglia venne quasi interamente spogliata e sterminata.
Quasi. Perché quel tramonto fu il preludio di una nuova alba. La speranza prese il nome di due cugini: di Raffaele, il piccolo orfano di Pasquale (che sarebbe il mio trisnonno) e di quello di un altro giovane ragazzo, anche lui senza più un padre, di nome Vincenzo (che sarebbe il trisnonno di Bruno). Ed è esclusivamente grazie a quell'esile filo che, dopo più di due secoli, un giorno io e Bruno abbiamo potuto ritrovarci assieme a Marzi e riunire idealmente quella famiglia. 


ALBERO GENEALOGICO FAMIGLIA LIMARZI/LI MARZI
1630 - 2015
(premere qui)

Quelle pagine scritte con pazienza dal notaio Zumpano sono solo un banale pretesto: spero che si sia capito che non è certamente l'aspetto burocratico della vicenda che mi interessa. Il mio intento è ben diverso: è quello di raccontare a tutti i Limarzi e Li Marzi (attaccato o staccato poco importa) una storia che è diversa da tutte le storie che conoscono perché è la LORO storia, la nostra storia.

Chi volesse leggere o scaricare quelle otto pagine le può trovare qui sotto. Ho messo qualche nota per agevolarlo sperando che ne possa trarre un po' di aiuto. Io invece la lettura me la sono sudata tutta dovendo interpretare una grafia d'altri tempi senza conoscere né il linguaggio burocratico del '700, né il latino.


Da ultimo non mi posso esimere dal fare un'ultima raccomandazione: chi ha la medesima pazienza del notaio Zumpano se le legga, gli altri lascino pure perdere. Che poi non si dica che non l'avevo detto.





.

mercoledì 12 agosto 2015

LE AVVENTURE DELL'ISPETTORE LIMARZI

Io non conosco Luigi Ciocchetti ma, imbattendomi in un suo racconto, sono rimasto piuttosto stupito quando ho visto che uno dei protagonisti della trama era un certo "ispettore Limarzi".

Spinto dalla curiosità mi sono messo a cercare qualche traccia di questo misterioso autore: la ricerca, devo dire, non si è spinta troppo lontano visto che si trattava di un noto avvocato forlivese con la passione per lo scrivere. L'ho contattato scrivendogli e chiedendogli cosa lo avesse spinto a utilizzare questo cognome e lui, con molta cortesia, mi ha risposto che non c'era un motivo vero, ma che semplicemente si trattava di "un cognome dalla sonorità gradevole ma anche importante" che gli era piaciuto utilizzare. Mi ha anche detto che stava pensando ad una nuova avventura dell'ispettore Limarzi e che se avessi avuto qualche idea o suggerimento era il benvenuto.

Il racconto, per la cronaca, è piuttosto gradevole e facilmente fruibile in forma gratuita su internet. L'ispettore Limarzi ne esce come personaggio assolutamente positivo, quindi perché non leggerlo? A fondo pagina trovate il link.



FUORI
Luigi Ciocchetti - 2013

Attraverso le mura del carcere, da detenuto a uomo libero. La storia della scarcerazione di Luca S., stimato professionista condannato per omicidio, vittima di un sistema giudiziario annoiato, indifferente e superficiale.

Luigi Ciocchetti è nato a Siena nel 1964. Vive a Forlì, dove svolge la professione di avvocato. Dopo aver collaborato come cronista con dei quotidiani locali è approdato alla narrativa pubblicando i suoi racconti in varie riviste specializzate.



LEGGI O SCARICA IL RACCONTO

.

mercoledì 8 luglio 2015

MAURIZIO LIMARZI - L'ULTIMO LAVORO

Ieri sera, 7 luglio 2015, è andata in onda su Rai 1 la puntata di "Techetecheté" ideata e curata interamente da Maurizio (che è stato anche il produttore esecutivo della trasmissione).
A poco più di un mese dalla sua "partenza" è bello ricordarlo così..... Buona visione a tutti.








Questo, oltretutto, non è l'unico blog che in questi giorni parla di Maurizio. I due link che seguono rimandano al sito di un suo ex compagno di scuola (Enrico Galantini) che in passato ne raccontava le prodezze scolastiche nel post del 2012 "Che fine hai fatto Mammola" e che di recente, una volta appresa la notizia della sua scomparsa, ha voluto ricordarlo nel post "Ciao Mammola".
Mammola, a quanto ne so, era il soprannome di Maurizio ai tempi della scuola.

.

domenica 7 giugno 2015

MAURIZIO LIMARZI

25/04/1953 - 04/06/2015


Non mi mancherà, di te, un mio ricordo di bambino: un omone grande e grosso che, con la sua testa piena di capelli, mi mangiava tutti gli avanzi.

Non mi mancherà, il ricordo di te seduto sulla poltrona tutta scalcagnata che è stata di zia Maria.

Non mi mancherà, di te, il ricordo dell'abbraccio che mi hai dato, infagottato in un giubbotto di pelle, nel momento più difficile della mia vita.

Non mi mancherà, di te, il ricordo del tuo sguardo truce che non faceva paura proprio a nessuno.

Non mi mancherà, di te, il ricordo del sorriso che regalavi a mio padre ogni volta che ti trovava nei titoli di coda di una trasmissione televisiva.

Ecco: queste poche cose, di te, non mi mancheranno. Tutto il resto mi mancherà.

BON VOYAGE MORRIS...


SILVIO

venerdì 24 aprile 2015

Domenica 9 Luglio 1950

Quando nonno Silvio morì improvvisamente era una domenica di luglio del 1950. Aveva 74 anni e, forse, il cuore un po' troppo logoro. Io, comunque, preferisco a pensare più semplicemente che la sua ora fosse arrivata. In ogni caso la notizia della sua morte corse veloce per le vie di Meldola e fece molto scalpore: era morto "e' dutor", colui che era riuscito ad allungare la vita di tante persone, ma che quel giorno, non era riuscito a fare nulla per allungare, nemmeno di un minuto, la sua.

La causa del decesso fu, quasi certamente, una dissezione della aorta, evento che anche oggi è quasi sempre letale e che, a maggior ragione, 65 anni fa non poteva lasciare scampo. Eppure il nonno, tentando su sé stesso l'ultima diagnosi della sua vita, chiedeva disperatamente (e inutilmente) una bombola di ossigeno per provare a respirare un altro pò. Non sarebbe servita quella bombola, questo probabilmente lo sapeva anche lui, ma non era mai stato abituato a mollare la presa su di un paziente senza averle provate tutte. Non lo fece nemmeno quel giorno.

Quel suo ultimo grido di aiuto, però, finì inevitabilmente per rimanere impresso nell'immaginario collettivo tanto che, pochi giorni dopo, trovò spazio nelle colonne de "IL PENSIERO ROMAGNOLO" noto periodico della provincia di Forlì. L'autore fu Alessandro Baronio, suo amico e compaesano che allora scriveva per la testata.


(cliccare sul testo per ingrandire)

lunedì 30 marzo 2015

In memoria di Maria Concetta Pia Pompeiano in Limarzi

9 Novembre 1925 - 16 Marzo 2015

Purtroppo in questo mese di marzo è venuta a mancare zia Pia, vedova di zio Nino (Giovanni Limarzi). Da qualche giorno mi stavo chiedendo come ricordarla in questo sito, poi ci ha pensato il settimanale della diocesi di Forlì - Bertinoro "Il Momento" a togliermi le castagne dal fuoco. La rivista ha pubblicato il bellissimo ricordo con il quale la nipote Alice (figlia di Marco Rossi e di Silvia Limarzi) ha voluto ricordarla alla fine del rito funebre.
Impossibile fare di meglio.



(cliccare sull'immagine per una migliore visualizzazione)
 
 
SILVIO LIMARZI
 
.

lunedì 9 febbraio 2015

LE ALI... E LE RADICI

LE ALI....
Ottobre 2014 - Laurea di Francesco Limarzi e Stefania Ghinassi
Novenbre 2014 - Laurea di Federica Mallozzi
Febbraio 2015 - Laurea di Annamaria Ghinassi


17/10/2014 - FRANCESCO e STEFANIA
In questi giorni in famiglia sono arrivati due nuovi, splendidi medici.

Francesco Limarzi figlio di Marco ed Elena Morra

Stefania Ghinassi con i fratelli Antonio ed Annamaria e i genitori Paolo e Gabriella Limarzi



.....E LE RADICI

Forse qualcuno da lassù sta sorridendo sotto i baffi...


Silvio Limarzi ufficiale medico nella prima guerra mondiale(foto di Silvio '61)

Proprio questa settimana sono andato all'archivio storico del comune di Meldola a ripescare una vecchia delibera. Non è una delibera qualunque: è l'atto che, nel luglio 1921, ha rappresentato una svolta fondamentale per il destino della nostra famiglia e, quindi, anche di questi due ragazzi.
Dopo un lungo peregrinare per l'Italia nonno Silvio è diventato medico condotto a Meldola. E qui, a 64 anni dalla sua morte, è ancora per alcuni (non più giovanissimi) "é dutòr".


Come si può notare Silvio aveva in realtà incominciato ad operare come medico condotto a Meldola dal 1 aprile 1921 in forza di una delibera di nomina che venne annullata dal prefetto così come altre delibere della medesima seduta del consiglio comunale. Evidentemente era stato riscontrato qualche vizio di forma.

__________________________

UNA STORIA MELDOLESE
La nomina di Silvio avvenne all'unanimità dal consiglio comunale di allora presieduto dal sindaco Ferdinando "Nando" De Battisti, noto per essere un uomo mite e di buon senso. Nando, che poi divenne amico di nonno Silvio, faceva il meccanico e riparava un po' di tutto, dalle moto alle macchine per cucire. Sarebbe bello che molti sindaci di adesso avessero lo stesso "background", credo che farebbero molto meglio il proprio mestiere.

Come mi ha fatto notare mio padre mentre scorreva i nomi degli altri 11 consiglieri votanti, allora la cosa pubblica era gestita con grande oculatezza da gente semplice che a volte non sapeva nemmeno leggere e scrivere, ma agiva con scrupolo ed onestà. Fra questi c'era Raimondo Marzocchi socialista della prima ora che si racconta fosse stato in prigione (a causa delle sue idee politiche) con Pietro Nenni e il primo Mussolini. Quest'ultimo, come sappiamo, prese altre vie, mentre il buon Raimondo rimase sulle sue posizioni che, con l'avvento del Fascismo divennero di fatto sovversive. Stiamo ovviamente parlando delle idee, non certamente della persona che non avrebbe fatto del male nemmeno ad una mosca. Eppure ad ogni visita del Duce che si svolgeva anche solo nei dintorni di Meldola, Raimondo veniva, a scopo precauzionale, incarcerato assieme ad altri individui ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico. Ciò accadde per alcune volte sino al giorno in cui Mussolini, incontrando alcuni meldolesi, chiese "Ma dov'è il mio amico Raimondo?". Inutile dire che i suoi interlocutori faticarono non poco a spiegare i motivi della sua assenza ed inutile dire che da allora nessuno si sognò più di andare a rompere le scatole a Raimondo.

______________________________________________________


10/11/2014 - FEDERICA
MEDICI E NON SOLO

E non è finita qui. In questo autunno particolarmente prolifico è arrivata anche una nuova dottoressa in famiglia:


Federica Mallozzi con la sorella Francesca e il genitori Alfredo e Ornella Limarzi

Federica si è laureata (con tanto di stampelle) in Lingue e Culture Straniere alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Roma Tre.
 _____________________________________________

9/02/2015 - ANNAMARIA
...E ALLA FINE ARRIVA ANNA...

Le corone di alloro si susseguono ed è un po' difficile stare al passo. In questi primi giorni di febbraio è arrivata anche la laurea in LETTERE MODERNE di Annamaria. Da Roma si passa, in una bella giornata di sole, a Milano, precisamente alla facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università del Sacro Cuore.



Annamaria è, come Stefania, figlia di Paolo Ghinassi e Gabriella Limarzi. Mio padre l'ultima volta che l'ha vista le ha sussurrato in un orecchio: "tu assomigli molto a mia mamma". Si riferiva a nonna Giuseppina, che di Annamaria è la bisnonna.

Giuseppina è nata nel 1891 e certamente non era una donna di lettere come la pronipote. Ma di sicuro aveva una sua cultura, aveva studiato e sapeva scrivere in un italiano bello e fluente. Di questa cosa, affatto scontata per una che aveva vissuto la sua giovinezza all'alba del secolo scorso, me ne sono accorto leggendo una lettera che scrisse di suo pugno in risposta ad una missiva del podestà di Meldola. In essa lo stesso podestà rimproverava a suo marito Silvio di non essersi reso disponibile per una chiamata urgente in sostituzione del dottor Pradella (altro medico condotto di Meldola) che in quel momento a sua volta non era reperibile.
Nonna Giuseppina, per nulla intimorita, non esitò a prendere carta e penna per redigere una elegante per quanto perentoria difesa del consorte:


Illustrissimo signor Podestà,
Leggo la sua missiva diretta a mio marito:
tengo a farle sapere che sin'ora (ore 12 e mezza) 
egli non è ancora tornato da un lungo giro
in parrocchia di Bagnolo (condotta di Pradella)
per cui era impegnato sin da ieri.
Di ritorno dovrà subito recarsi a Ricò 
ed ai Capannini per altre chiamate.
Egli dunque non si è rifiutato per altre ragioni
che il suo impegno professionale.

Con scuse ed ossequi devotissima

Giuseppina Limarzi

da casa 26 - 2 - 930

Al podestà non rimase che appuntare di suo pugno sulla lettera di nonna Giuseppina: "Ricevuto ampie giustificazioni.....". Episodio chiuso.

Un abbraccio a tutti i neo laureati!


SILVIO LIMARZI


.

mercoledì 24 dicembre 2014

VITA DA MEDICO

UN RACCONTO IMMAGINATO, MA NON IMMAGINARIO

Il 19 marzo del 1928 era un bel giovedì di festa a Meldola. Di prima mattina, in paese erano in tanti che,  già in piedi, stavano tirando fuori il vestito buono dall'armadio mentre il fuoco cominciava a scaldare il brodo: serviva per i cappelletti che facevano bella mostra di sé, nessuno uguale all'altro, tutti ordinatamente distesi sul tavolo della cucina. Il vestito buono delle mogli, adagiato sul letto, era in ancora in attesa di essere indossato perché non si poteva rischiare di sporcarlo con le faccende domestiche; per gli uomini, immuni da questo rischio, era di rigore un bell'abito scuro mentre per i bimbi invece era già tempo di pantaloni corti (ammesso che, cosa affatto scontata, ne avessero mai posseduti di lunghi).
Piano piano tutti sarebbero scesi in piazza e "nel borgo" (come ancora gli anziani chiamano il centro del paese) per andare a messa o, più semplicemente per fare un giro.
Era il giorno di San Giuseppe, santo al quale il paese ha sempre dedicato una devozione assoluta sia sul piano religioso che su quello secolare: alle pompose cerimonie nelle chiese gremite, infatti, si affiancava una splendida e frequentatissima fiera che attirava gente da tutti i paesi vicini.


Meldola - Via Cavour in un giorno di festa - Anno 1926
(Fonte: Archivio Ruggero Milandri)

Il cuore della fiera in verità non era propriamente in centro ma nella leggermente defilata chiesa di San Francesco dove tuttora viene venerato il Santo. Proprio al fianco della chiesa, nel luogo dove ora sorge il teatro parrocchiale, c'era un grande prato dove tutti si dirigevano per andare ad acquistare un dolciume in una delle tante bancarelle che lo occupavano. Qui si potevano trovare anche i "brazadel" (degli anelli di pasta simile al pane e dalla consistenza croccante) che vendevano venduti in "corone" simili a grosse catene che i ragazzi si mettevano attorno al collo.

_______________________________________

I BRAZADEL - Antica ricetta romagnola
"Si impasti, in acqua e sale, della buona farina bianca; si impasti bene e si ripeta fino ad ottenere un composto sodo come i fianchi di una giovane sposa.
Staccati dei tocchetti di 80-100 grammi, si ricavino dei bigoli della grossezza di un dito, lunghi a sufficienza per farne un bel cerchietto. Si lascino asciugare almeno 10-15 minuti - meglio se più - perché, in superficie, si crei una sottile crosta. Si immergano poi, per non più di 3-4 minuti, in un ampio paiolo dove sobbolle (ma molto lentamente) dell'acqua dolce. I bracciatelli verranno da soli a galla a dirci subito di passare - sempre per 3-4 minuti in un mastello di acqua fredda.
Poi li accoglierà, fino a cottura, un forno riscaldato a legna, dal quale verranno levati con la panera, una specie di largo badile di legno dalla pala assotigliata in cima"
_______________________________________

Sempre a San Francesco ci si preparava alla festa liturgica con una novena che incominciava, appunto, nove sere prima e che veniva definita da tutti (molto poco liturgicamente) "la nuvena di murus" (la novena dei fidanzati). Ciò era dovuto al fatto che molti ragazzi vi partecipavano non propriamente spinti dalla devozione religiosa, ma piuttosto dal desiderio di incontrare qualche coetaneo dell'altro sesso da corteggiare o, più semplicemente, nella speranza di esserne corteggiati. Si trattava di un piccolo espediente per infrangere quei rigidi steccati che venivano eretti fra il genere maschile e quello femminile dalla società di allora: a scuola si frequentavano classi rigorosamente separate, all'oratorio si giocava in luoghi diversi e momenti diversi e le famiglie stesse non brillavano per elasticità.
Per questo motivo, dopo un lungo inverno passato a chiudersi in casa appena scendeva il sole, potere finalmente uscire alla sera era davvero un'occasione imperdibile. E grandi erano le acrobazie per sfruttarla al meglio nel tentativo di smarcarsi dai genitori. Bastava anche solo incrociare uno sguardo, ottenere un sorriso o un cenno di saluto per ritornare a casa felici in attesa della sera successiva. E i risultati furono ottimi devo dire, visto che molti meldolesi ancora oggi viventi sono anche un po' figli di quella novena.

A questa atmosfera, quella mattina, non poteva sfuggire di certo casa Limarzi, la casa di mio nonno Silvio. Lì, probabilmente, i cappelletti quel giorno li aveva fatti Clara. Clara (che oggi avremmo definito come "la governante") era una romagnola doc e i cappelletti li sapeva fare bene: Silvio la conobbe quando era medico condotto a Civitella e se la portò a Meldola quando vi si trasferì, seguendo i destini dalla sua professione.
Nonna Giuseppina, sua moglie, i cappelletti penso proprio che non li sapesse fare: lei, che negli occhi aveva ed ha sempre conservato il mare della sua Castellammare di Stabia, la Romagna e le sue usanze le aveva incontrate da appena da una decina di anni. Magari, questo sì, aveva preparato  una delle sue famose salse per l'arrosto che ancora oggi, tramandate a mia madre, campeggiano sulla nostra tavola nelle feste comandate.
Sinceramente non credo che avesse potuto fare tanto di più, assorbita com'era dalle cure del piccolissimo Franco (Francesco) nato da appena 5 mesi che reclamava costantemente le attenzioni della mamma e le rendeva le notti sin troppo brevi.
Poi, come se non bastasse, c'erano Vittorio ed Eugenio, 9 e 7 anni, che giocavano, si amavano e si azzuffavano come solo i fratelli di quell'età sanno fare. Di sicuro, di qualsiasi cosa si trattasse, non volevano fra i piedi il troppo piccolo Nino (Giovanni) che il giorno successivo avrebbe compiuto appena 3 anni e che, al contrario, non desiderava altro che stare con i fratelli più grandi.
Nino era quello biondo. Davvero si notava in mezzo a tutti gli altri dai capelli corvini e con lo stampo dei Limarzi nella faccia. Appena nato, quando nonna Giuseppina potè averlo fra le braccia lo guardò e capi che stavolta quel piccoletto, finalmente, assomigliava a lei. E subito pensò: "questa volta il nome lo scelgo io". E fu così lo battezzò chiamandolo come il suo caro fratello Giovannino che aveva lasciato a Castellammare.
Mio padre Umberto, l'ultimo nato di casa Limarzi, ancora non c'era: sarebbe arrivato dopo 5 anni, nel 1933.

C'era invece Maria, l'unica femmina che, nel fiore dei suoi quindici anni, non vedeva l'ora di sfuggire a tutta quella confusione e di potersene andare con le amiche in giro per le vie del paese a fare il gioco del"fioraverd" che anch'esso caratteristico di quei giorni. Guai ad uscire e farsi cogliere di sorpresa davanti a chi, magari appena sbucato da dietro una colonna del loggiato, ti gridava: "fioraverd!"

_______________________________________

LA GARA DEL "FIORAVERD"
da "Storia di Meldola" di Fabio Lombardi - Società editrice "Il Ponte Vecchio" - Anno 2000
"Nei giorni precedenti la festa di San Giuseppe, tra i bambini si faceva la gara del "fioraverd" consistente nel conservare un pezzettino di legno di bosso da mostrare ogni volta che l'altro concorrente ne faceva richiesta e perdeva chi veniva trovato senza. La penitenza consisteva nel pagare pegno il giorno della festa. Il pegno consisteva in una quantità pattuita di caramelle, dolciumi o frutta secca, che il perdente doveva offrire all'altro giocatore."
_______________________________________


In quella casa nonno Silvio, in mezzo a quel vociare di bimbi ci stava perfettamente. Rispondeva alle domande di tutti, quando era necessario li richiamava all'ordine e li osservava in tutte quelle loro occupazioni così diverse le une dalle altre. Ma era proprio in quei momenti che probabilmente sentiva di più riaprirsi una ferita ancora troppo fresca. Qualcuno infatti mancava all'appello e, purtroppo, sarebbe mancato per sempre:

Telegramma del 19/08/1927 - Provenienza: TARANTO - Destinazione: MELDOLA
"Pregasi informare con dovute cautele famiglia allievo Sergente Pilota Limarzi Francesco..... è deceduto ore 8,30 causa incidente aviatorio"
Firmato: Comandante Aviazione Fedeli
(Fonte: Archivio Storico Comune di Meldola)

Il piccolo Francesco che stava in braccio a sua moglie Giuseppina, infatti, aveva ereditato il nome dal fratello maggiore che, pilota della nascente Aeronautica Militare  era tragicamente deceduto, appena pochi mesi prima, nel mare di Taranto in un volo di esercitazione con un idrovolante.


Francesco Limarzi (1908 - 1927) e il suo aereo
(Fonte: Marco Limarzi)

A Meldola il ricordo di quell'accadimento era ancora fresco: al primogenito di nonno Silvio vennero tributati dei solenni funerali e venne allestita una camera ardente in comune a Meldola. Il suo nome venne scolpito nel Lapidario dei Caduti che si trova ancora ora ad uno degli ingressi del Ministero dell'Aeronautica a Roma.

MINISTERO DELL'AERONAUTICA - ROMA - Scorcio del Lapidario dei Caduti contenente il nome di Francesco Limarzi
(Fonte: Ministero Aeronautica)

Certi dolori, del resto, riaffiorano sempre nei giorni di festa.
Silvio, forse, scacciò questi pensieri mentre si aggiustava la cravatta scura davanti allo specchio, magari ripensando a quali ammalati che era il caso di andare a visitare in mattinata in modo da avere tempo di pranzare in tranquillità in famiglia. Perché i malati non fanno mai festa e ancor meno la facevano nel 1928. A quei tempi non era necessario avere contratto chissà quali malattie per rischiare delle complicanze anche gravi: a volta era sufficiente una influenza curata male per andarsene al Creatore. E, assieme agli ammalati, nemmeno i medici condotti abbandonavano il loro posto. C'era sempre qualcuno da andare a visitare, magari per il quarto o quinto giorno consecutivo e comunque fino a quando la febbre non se fosse andata via, la ferita non fosse sufficientemente rimarginata o una brutta tosse fosse sparita. La sua vita, come quella di tutti i medici condotti, era questa, ma l'accettava di buon grado anche perché, in fondo, era quella che si era scelto. E poi perché lamentarsi? Quel giorno era San Giuseppe, i suoi piccoli erano a casa, Clara aveva fatto i cappelletti e, dal terrazzo che si affacciava sulla piazza, entrava un raggio di sole e arrivava il vociare allegro della fiera.

Piano piano, di lì a breve, con l'affluire della gente proveniente dalle campagne, quel vociare sarebbe diventato quasi chiasso. Anche tutti quelli che vivevano nelle frazioni, infatti, non sarebbero mancati all'appuntamento.

Domenico Fabbri, ad esempio, la sera prima ci aveva fatto un pensiero a scendere in paese dalla sua Valdinoce. Ma non sempre le cose vanno come dovrebbero: quella mattina infatti il buon Domenico, invece che tirar fuori il vestito buono fu costretto a precipitarsi all'ufficio postale di Teodorano per inviare la sua richiesta di aiuto. Ai tempi, del resto, non c'erano telefoni, le auto si contavano sulla punta delle dita e quello era l'unico sistema per comunicare velocemente con quella Meldola che pure oggi appare così vicina.
Suo padre Sante stava male, molto male e c'era assolutamente bisogno di un medico. Lo avrebbe aspettato al "botteghino vecchio" (l'unico esercizio pubblico funzionante a Valdinoce) per poi accompagnarlo nella sua casa sperduta chissà dove.

"Urgemi subito dottore botteghino vecchio Valdinoce da Fabbri Sante ammalato grave"
(Fonte: Archivio Storico del Comune di Meldola)


Il telegramma arrivò all'ufficio postale di Meldola che, ovviamente, era anch'esso in Piazza Orsini come dovevano essere tutte le cose che servivano:  il comune, il medico, le poste e i telegrafi, la caserma, il bar, l'osteria, il barbiere, il sarto, il generi alimentari. Uno poteva passarci tutta la vita in piazza senza che gli fosse mai venuto a mancare nulla.
Un impiegato lo trascrisse velocemente, lo ripiegò e lo affidò ad un postino perché  la attraversasse in tutta fretta per raggiungere il palazzo comunale e lo affidasse al podestà o ad un suo incaricato. Gli bastarono solo pochi passi, ma ancora meno furono quelli che dovette fare il messo comunale per andare a cercare un medico: la casa del dottor Limarzi, uno dei tre medici condotti del paese, era giusto davanti al comune, al numero uno di via Alighieri  (la prima casa dell'attuale via Roma).

Meldola in una foto d'epoca che inquadra l'inizio di via Roma (allora via Dante Alighieri)
Sulla sinistra il comune sulla destra in alto, sopra il loggiato, il terrazzo di casa Limarzi
(Fonte: Archivio Ruggero Milandri)

Il bussare alla porta e la voce concitata del messo deve avere per un attimo fermato il trambusto di casa. Ma forse neanche troppo: ai tempi non è che ci fosse il 118 e a casa erano un po' tutti abituati all'arrivo trafelato di gente in cerca di un medico.
Il pensiero principale dei piccoli fu, probabilmente, che il babbo rischiava ancora una volta di fare tardi a pranzo, ma niente più. Per loro era normale sentire risuonare il suono del batacchio che magari li svegliava nel cuore della notte e, mentre già si riaddormentavano, udire i passi del babbo che, con gli occhi ancora chiusi, dava un bacio alla mamma, afferrava a sua borsa con i ferri del mestiere e andava a scoprire cosa lo aspettava: un bambino che nasceva, un anziano che stava per morire, un ragazzo che si era ferito.

Quel giorno il babbo lesse il telegramma e, come voleva prassi, vi scrisse in calce "parto subito per Valdinoce", lo controfirmò velocemente (come testimonia la sua grafia frettolosa) e prese la sua borsa. Scese e cercò un auto di piazza che lo portasse fin lassù.

Cosa accadde poi non lo so. Non so se nonno Silvio sia ritornato in tempo per mangiare i cappelletti di Clara e gustarsi la salsa di nonna Giuseppina. Non so se prima di mettersi a tavola abbia potuto dare un buffetto a Nino e Franco o rimproverare Eugenio e Vittorio che si litigavano una pietanza; non so nemmeno se abbia potuto accarezzare i lunghi capelli neri di Maria.
Perché alla fine io, di quel 19 marzo 1928, anche se l'ho raccontato, non so nulla.

Però ho ascoltato un sacco di piccoli racconti sul mio paese e sulla mia famiglia che quei vecchi telegrammi ritrovati all'Archivio Storico di Meldola hanno unito nella sottile trama di questa piccola storia che, anche se è raccontata male, di sicuro non è troppo distante dalla realtà.

Ma c'è una cosa che so per certo: Sante Fabbri quel giorno se l'è vista brutta, ma sopravvisse: lo testimoniano i telegrammi dei giorni successivi che, di nuovo, davano appuntamento a nonno Silvio al botteghino vecchio di Valdinoce per una nuova visita all'ammalato.
E fu di nuovo rumore di batacchi e di ferri riposti in una borsa di pelle scura.


SILVIO LIMARZI


.

giovedì 13 novembre 2014

CONFLUENZE: una rivista calabrese

Un paio di anni fa a Marzi degli amici calabresi mi hanno chiesto: "perché non ci scrivi qualcosa che parli della tua esperienza in questo tuo viaggio verso la scoperta delle radici? Magari lo pubblichiamo sulla nostra rivista...". Ed io, incoscientemente l'ho fatto.

La rivista si chiama Confluenze ed è un piccolo miracolo di una piccola casa editrice che si chiama COMET EDITOR PRESS.












Qui sotto, tramite il sito della casa editrice, c'è la possibilità di sfogliare gratuitamente i vecchi numeri, di acquistare quelli nuovi o di abbonarsi.
Consiglio comunque di consultare l'intero catalogo delle pubblicazioni:

.

martedì 22 ottobre 2013

FRANCESCO AL PROCESSO AL BRIGANTE MUSOLINO

"Il 15 aprile è cominciato alle Assise di Lucca il processo contro il brigante Musolino, che si prevede molto semplice: infatti il bandito ha confessato apertamente di avere ucciso dodici o quattordici persone per vendetta. E' difeso da dieci avvocati mentre uno solo rappresenta i genitori dei carabiniere Ritrovato, ucciso da Musolino, che si sono costituiti parte civile. E' interessante segnalare la presenza di un interprete, che traduce il dialetto calabrese dei testimoni."
(Da "La Domenica del Corriere" - Maggio 1902)





CHI ERA GIUSEPPE MUSOLINO?
Taglialegna di mestiere, la sua storia iniziò il 28 ottobre 1897 quando scoppiò una rissa rusticana nell'osteria della Frasca, a Santo Stefano in Aspromonte per una partita di nocciole: da un lato Musolino e Antonio Filastò, dall'altro i fratelli Vincenzo e Stefano Zoccali, oltre ad una terza persona mai identificata. Una rissa come tante: ma, il giorno dopo, in una stalla del paese (dove successivamente venne trovato il berretto di Musolino), qualcuno sparò a Vincenzo Zoccali che rimase ferito. Ben presto intervenirono i carabinieri che, dopo aver arrestato il Filastò ed un tale Nicola Travia, bussarono invano alla casa di Musolino che nel frattempo si era dato alla fuga. Di lì a sei mesi Musolino venne comunque rintracciato e arrestato dalla guardia municipale e tradotto a Reggio Calabria.

Primo processo

Il 24 settembre 1898 venne processato per tentato omicidio davanti alla Corte d'Assise di Reggio Calabria, che lo condannò (ingiustamente e con prove false secondo la leggenda) a 21 anni di carcere.
Sempre proclamatosi innocente, promise vendetta ai suoi accusatori ai quali avrebbe giurato che un giorno "avrebbe letteralmente mangiato il fegato e che ne avrebbe venduto la carne come animali da macello".

Carcere e latitanza

Venne condotto e recluso nel carcere di Gerace Marina, l'odierna Locri, ma dopo due anni, nel gennaio 1899, riuscì a fuggire iniziando così la sua latitanza durante la quale si rese responsabile di una lunga serie di assassini fra i quali quelli di coloro che l'avevano accusato e tradito.
I suoi rifugi furono le montagne, i boschi, e persino i cimiteri con il costante sostegno della gente del posto che lo vedeva come simbolo dell'ingiustizia in cui la Calabria allora versava. In totale nei primi 8 mesi dalla fuga si macchiò di 5 omicidi e 4 tentati omicidi oltre che di un tentativo di distruzione con dinamite della casa di Zoccali.
Iniziò così una rocambolesca caccia al brigante che vide costantemente Musolino sfuggire alla cattura.
La sua notorietà in poco tempo si sparse in tutta Italia grazie a lunghi articoli sulla stampa italiana e varcò i confini nazionali al punto che importanti giornali stranieri (The Times, Le Figaro) iniziarono a interessarsi della vicenda. La sua figura così divenne leggendaria e le sue gesta divennero uno spunto per racconti, leggende e canzoni popolari.
Nonostate gli importanti appoggi nell'area calabrese però, per Musolino la situazione stava diventando difficilmente sostenibile. Fu probabilmente questo che lo portò alla decisione di lasciare nel 1901 la Calabria animato dall'ambizioso progetto di a chiedere la grazia al nuovo re Vittorio Emanuele III.

La cattura

Il processo di Lucca in una tavola dell'epoca

Il suo viaggio verso nord si interruppe nell'ottobre di quel medesimo anno quando venne catturato per caso ad Acqualagna (in provincia di Pesaro Urbino) da due carabinieri ignari della sua identità  che si trovavano nella zona alla caccia di alcuni banditi del luogo: mentre stava percorrendo un viottolo di campagna alla vista dei militari, Musolino cominciò improvvisamente a correre credendo di essere l'obiettivo delle loro ricerche. Inseguito durante la sua fuga inciampò su di un filo di ferro di un filare di viti, cadde e venne fermato.

Da qui divenne famosa la frase:"Chiddu chi non potti n'esercitu, potti nu filu" (Quello in cui ha fallito un esercito, c'è riuscito un filo).
Nel pubblicare la notizia dell'arresto alcuni giornali stimarono che il governo avesse speso per la sua cattura la cifra, astronomica per l'epoca, di un milione di lire.

Il secondo processo e la condanna

Il processo inizia il 14 aprile del 1902 alla Corte d'Assise di Lucca. Musolino chiede di essere difeso dai migliori avvocati d'Italia del tempo (Corriere della Sera - 22/23 gennaio 1902) che comunque non gli evitarono l'ergastolo che incominciò a scontare nel carcere di Portolongone. La sentenza viene emanata l'11 luglio 1902.
Resta in carcere fino al 1946, quando gli verrà riconosciuta l'infermità mentale con il conseguente trasferimento presso il manicomio di Reggio Calabria dove muore dieci anni dopo il 22 gennaio 1956.
____________________________


A Lucca, nella primavera del 1902, non si tenne un processo qualunque. Al contrario e senza ombra di dubbio si trattava del processo al più grande ricercato che l’Italia unita potesse sino ad allora ricordare: il brigante Musolino. Giuseppe Musolino, nato in Santo Stefano d’Aspromonte (Reggio di Calabria) il 24 settembre 1876, di professione taglialegna, era divenuto, a ragione o a torto, una specie di Robin Hood della Calabria, un archetipo per le popolazioni del sud Italia che sentivano tradite le fragili speranze che il vento del Risorgimento aveva loro portato.

Su di lui si sprecarono e si sprecano ancora oggi fiumi di inchiostro per sgrovigliare la matassa della sua vita, sempre in bilico fra l’essere considerata quella di un eroico brigante, piuttosto che quella di un sanguinoso assassino. Del resto era questa la ragione del contendere che animava le opposte fazioni anche durante quel procedimento che, vuoi per l’atteggiamento istrionico tenuto dall’imputato durante le udienze, vuoi per la copertura impressionante che i giornali italiani e stranieri gli riservarono, diventò un vero e proprio evento accompagnato da dispute nei bar, ma anche di mondanità (“Le donne s’innamorano del brigante e gli alberghi erano affollati di forestieri che volevano seguire le fasi del processo”  - Corriere della Sera).

Ma, mentre infuriava la polemica per tanta mitizzazione di quello che molti consideravano un semplice assassino, in uno di quegli alberghi strapieni se ne stava Francesco. Era lui quell'interprete di cui parlavano gli articoli, indispensabile in un processo nel quale la lingua italiana, ancora sconosciuta a una grossa parte delle popolazioni del sud, finiva spesso soppiantata dal dialetto. Del resto non c'era altra strada (vista la gran mole di testi e testimoni calabresi chiamati a deporre) per fare in modo che giudici e avvocati potessero avere una adeguata percezione di quanto veniva detto in aula.

A tutto questo venne dedicato anche una intera pagina de "La Domenica Del Corriere" del 4 maggio 1902. Era da un po' che ricercavo la copia di questo settimanale, ma non immaginavo che, una volta rintracciata, vi avrei trovato dentro anche una foto di Francesco. E invece eccola qua: 









E’ del tutto evidente che, per essere chiamato sino a Lucca dalla sua Castellammare e per essere stato scelto per un compito così delicato (per di più sotto gli occhi dell’intera opinione pubblica italiana), Francesco doveva per forza essere considerato uno dei più validi custodi della lingua Calabrese vivente a quei tempi. Il tutto nonostante egli avesse lasciato la sua terra di origine da ormai quarant'anni.

Il processo inizia il 14 aprile del 1902 alla Corte d'Assise di Lucca. Musolino chiese di essere difeso dai due migliori avvocati d'Italia del tempo (Corriere della Sera 22-23 gennaio 1902). L'imputato si rifiutò, non senza vanità e per non dare una cattiva idea di sé all'opinione pubblica, di indossare gli abiti da carcerato, avrebbe detto secondo le cronache del tempo:
“Ho un abito di sedici lire il metro, e lo voglio indossare! Io sono un uomo storico e non un delinquente qualunque bisogna perciò usarmi riguardo!". 

Alla fine del dibattimento pronunciò questa autodifesa:
"Se mi assolveste, il popolo sarà contento della mia libertà. Se mi condannaste, fareste una seconda ingiustizia come pigliare un altro Cristo e metterlo nel tempio. Eppoi, vedete, io non sono calabrese, ma di sangue nobile di un principe di Francia. Chi condannate? Un cadavere, perché io posso avere cinque o sei mesi di vita al più".

Parole che divennero celebri ma che comunque non gli evitarono l'ergastolo nel carcere di Portolongone e otto anni in segregazione cellulare. La sentenza venne emanata l'11 luglio 1902.

Nel 1946 ben 44 anni di prigionia gli valsero la grazia, ma non la libertà visto che la sua mente aveva da tempo ceduto alla follia. (vedi cinegiornale dell'epoca)


Come già citato nelle sue note biografiche venne per questo rinchiuso nel manicomio di Reggio Calabria ove passò altri 10 anni sino alla sua morte avvenuta il 22 gennaio 1956.

Nel frattempo l'eco della sua avventura di vita non mancò di ispirare decine di canzoni popolari e di poesie (fra le quali quelle di Giovanni Pascoli e di Totò) e un famosissimo film che ebbe per protagonisti, nel 1950, i due più importanti attori dell'epoca: Silvana Mangano e Amedeo Nazzari

Questo quindi è un altro pezzo della nostra storia al quale Francesco ha partecipato. Merito della sua riscoperta va a mio cugino Silvio e al caro zio Nino (Giovanni). Silvio infatti si è ricordato che Nino aveva visto, trasmesso dalla Rai un documentario sul famoso brigante e sul suo ultimo processo. Durante il programma venne più volte fatta menzione della presenza di un traduttore dal Calabrese. Ora, non so se per intuito o se perché sapesse già qualcosa, mio zio scrisse alla televisione di stato chiedendo quale fosse il nome del traduttore. La Rai puntualmente gli restituì una risposta che recava il nome di Francesco. 

La foto ce lo consegna molto invecchiato rispetto a quella più famosa scattata a Castellammare risalente a circa vent'anni prima (già pubblicata in questo sito). La barba bianca è divenuta ancora più lunga, ma Francesco, come si conviene all'evento, è elegantissimo con tanto di bombetta. E, ancora una volta con gli inseparabili occhialini che quasi tutti abbiamo ereditato in famiglia assieme ai suoi difetti di vista.





SILVIO LIMARZI

.